Funnies


‘Il Ponte’, articolo di Marzo 2011

Non è che questo abbia molto a che fare con i danesi, se non che è senz’altro una delle innumerevoli cose difficili da spiegare. Ma oggi mi girava così, per cui faccio la faccia faceta e sparo, appunto, qualche completa facezia.
In italiano abbiamo tante filastrocche ed alcune tiritere o scioglilingua, come panche che determinano la sorte di povere ed indifese capre, o la poco credibile storia di trentatre trotterellanti trentini. O anche la storia del cane pazzo che invariabilmente, nel trasporto e la fretta della dizione, si tramuta in anagrammi che qui non si possono dire. Volevo invece soffermarmi sulla incredibile storia dell’arcivescovo di Costantinopoli. A questo proposito vorrei dire che gli arcivescovi di cui si parla hanno la minuscola proprio perché non vorrei correlarli alle più note e benemerite figure della gerarchia ecclesiastica. E’ solo una filastrocca e vorrei che rimanesse tale, senza riferimenti.
Comunque, a beneficio di chi non la sapesse, ne riportiamo una versione: “Se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescovicostantinopolizasse, vi disarcivescovicostantinopolizzereste voi?”.

E subito viene un dubbio: ma che domanda del cavolo è?

Primo. Se uno è un arcivescovo, non credo che abbia ’sta gran voglia di disarcivescovizzarsi. Intanto, di arcivescovi non ce ne sono tantissimi al mondo, ovvero come personaggio sei un tantino importante; in più sei a due passi dal diventare il Big Boss, per cui credo sia una carica che uno farebbe di tutto per tenersela stretta. Come dire: che domanda, ma disarcivescovicostantinopolizzatevi voi!

Secondo. Ci viene chiesto (plurale) se vogliamo disarcivescovicostantinopolizzarci, nel caso improbabile in cui l’arcivescovo di Costantinopoli faccia lo stesso. Ciò involontariamente suggerisce che in passato c’era stato un tempo felice in cui nessun arcivescovo avrebbe neanche lontanamente pensato alla disarcivescovicostantinopolizzazione, ma insinua anche che a Costantinopoli c’era un totale, come minimo, di DUE arcivescovi: quello originale, me, ed eventualmente pure tutti gli altri ai quali è stata rivolta la domanda, nella quale il “voi” non suona esattamente come una forma di cortesia. Per quanto sia grande quella città -a mio modestissimo parere- due calibri di quel tipo non li porta. E figurarsi poi se sono di più. Credo che una attenta analisi avrebbe rivelato che quel famoso tempo non era poi così felice: niente conclavi di arcivescovi concordanti strategie ecumeniche in letizia mano nella mano, bensì lotte intestine, personaggi che passavano tutto il loro tempo a cercare di farsi le scarpe -o le babbucce- a vicenda, trascurando la Missione -che è particolarmente importante essendo Costantinopoli, passami i termini da basso medioevo, la porta sulla soglia della terra dei mori.
Io ci terrei a quella Missione, e siccome un po’ bastardello lo sono, se a me nella veste di co/arcivescovo di Costantinopoli avessero rivolto quella domanda avrei risposto sì, assolutamente, risolutamente sì. Non solo: avrei pure organizzato assemblee, seminari ed eventi di sensibilizzazione per tutta la popolazione di arcivescovi di Costantinopoli, portando chiari ed inconfutabili motivi sulla giustezza di una disarcivescovicostantinopolizzazione. E, una volta che tutti si fossero disarcivescovicostantinopolizzati, avrei ignominiosamente ritrattato la mia accettazione adducendo impedimenti di varia natura, e di fatto rimanendo l’unico, indiscutibile, Chiarissimo arcivescovo di Costantinopoli. Tiè, fresconi! Fatevi le babbucce tra di voi adesso, e lasciatemi lavorare.

Terzo. Costantinopoli non si chiama più così, il nome odierno è Istanbul. Quindi la sentenza corretta sarebbe “se l’arcivescovo di Costantinopoli si FOSSE disarcivescovicostantinopolizzATO, ..” eccetera. Oppure la più attuale “se l’arcivescovo di Istanbul si disarcivescovistanbulizzasse”. Allo stesso modo, andando indietro nella storia, l’arcivescovo avrebbe dovuto eventualmente disarcivescovibisanzizzarsi; tuttavia -sono ignorante ma azzardo- chi portò la cristianità in quei luoghi dovrebbe essere stato Costantino. Quando sentiva la parola “Bisanzio”, Costantino si affrettava a cercare le sue pastiglie per la pressione e lo testimonia il fatto che è entrato a gamba tesa sul territorio; tra l’altro, se all’epoca ci fossero state ruspe, escavatori ed altri mezzi meccanici di provata insensibilità a culture millenarie, non ne avrebbe risparmiato l’uso. Questo ci dice che l’eventuale primo arcivescovo del luogo che avesse voluto andare incontro ad un disarcivescovizzamento non avrebbe potuto ambientarlo a Bisanzio, neanche volendo.

Quarto. Bisogna vedere a chi si fa la domanda. Io non ho mai fatto niente di illegale o immorale ma uno stinco di santo non lo sono mai stato, e basandosi sull’arruffata che si son dati con la storia del Mons. Milingo, credo che -indipendentemente dalla mia volontà- non avrebbero esitato e mi avrebbero già disarcivescoviqualunquepostizzato loro. E questo sarebbe successo anche se fossi stato l’unico ad accettare di partire volontario per una missione in prima linea in terre ostili; ad esempio, facciamo pure l’ipotesi di una terra molto poco amichevole: mi avrebbero disarcivescovigomorrizzato; e poi non parlo di quello che mi sarebbe successo se fossi stato in prima linea a Sodoma perché suona molto, ma molto male.

Concludendo, concludo che c’è poco da concludere, essendo questo articolo la fiera del nonsense. E non è finita: magari la prossima volta mi scappa di accanirmi sui trentatre trentini; è sempre nonsense, ma almeno risparmieremo un sacco di trattini per andare a capo.

Sono in Italia per qualche tempo, per prendermi cura di alcune consulenze ed affari in generale.
E vedo che, nel Paese in Crisi, dove la gente fa fatica ad arrivare a fine mese, continuano a bombardare con pubblicità di automobili, e non sto parlando solo di utilitarie.

Ce n’è una così particolare da farmi prendere il disturbo di scriverne.

Intanto c’è da dire che mi sono servite alcune visioni prima di prendere coscienza degli avvenimenti nel breve filmato, ma cercherò di spiegarlo come posso.

Innanzitutto credo che il traguardo sia quello di sostenere che non è necessario avere un Land Rover per fare certe cose, anzi, certe wagon o certi SUV possono fare ben di meglio. E già qui ci sarebbe da discutere. Infatti l’utilità che capisco io dei SUV è quella di rompere le palle davanti all’asilo dove mamme depositande parcheggiano come viene loro meglio, ovvero su marciapiedi e ciclabili. Se devo andare abitualmente fuori strada mi compro appunto un Land o una Jeep, mentre se devo stare in strada mi compro qualcosa di più consono.

Comunque.
La situazione è questa: c’è una coppia che abita in una zona alpina, è inverno. Casa di lei si trova più in alto della casa di lui (altimetricamente più elevata, diciamo per chiarezza).

Lui telefona -ovviamente non da una cabina- e dice che con questo tempo probabilmente non ce la fa ad arrivare su da lei. D’altra parte se non crei la suspense, la cosa non funziona.
Lei, languida e sensuale come una papera di gomma, lo aspetta, distesa come una sirena su una poltrona ergonomica, davanti ad una vetrata che dà su una distesa infinita di nevi eterne; risponde con un monosillabo che potrebbe voler dire da “Okay” a “molto bene” a “porco qui porco là”. Non importa, tanto lui ha già buttato giù.

A quel punto lui guida, mentre lei, vestita esattamente com’era all’interno della casa, si mette gli scarponi da sci ed inizia a scendere in neve fresca in un canalone così ripido che il solo pensiero farebbe tremare le vene dei polsi a Reinhold Messner. Lei scende, lui sale: per puro effetto didascalico/scenografico li fanno incrociare, inconsapevoli, a metà strada.
Lei arriva, sgancia lo sci.
Lui arriva a casa di lei, senza scendere dall’auto guarda dentro la vetrata, chiama e dice “dove sei?”; lei risponde e dice “da te”. Lui, senza battere ciglio, dice “arrivo”.

E poi ti dicono quanto sia figo avere quella macchina e bla bla.

Volevo fare un paio di considerazioni.

1)
La mettono come se per arrivare a casa da lei ci volesse un gatto delle nevi o un elicottero della Protezione Civile; invece, quando lui guida, il tratto di strada che si presume impegnativo è una normalissima strada di montagna, pulita ed apparentemente anche salata.

2)
Quando lui arriva, guarda dentro la vetrata.
Ora, se una vetrata di una stanza scura si affaccia su un crinale completamente innevato, in pieno giorno, farà un riflesso che dentro non riesci a vedere neanche se preghi San Gennaro. Ma forse quell’auto ha anche dei dispositivi per risolvere questo problema.
Comunque, lei non c’è, lui perspicace capisce che lei deve essere fuori. E chiama immediatamente.

2a) Ma che casa è? C’è una stanza sola?
Anche se è un unico open space, il bagno per favore no! Quindi, se le scappava la pipì, non poteva farla? La faceva sul tappeto affinché lui (che comunque non doveva essere lì) potesse a colpo d’occhio rendersi conto che lei era a casa?

2b) Oppure. Lui ha appena telefonato spiegando le difficoltà a salire fin lassù; lei poteva essere in cucina a spegnere i fornelli, porconando perché stava preparando lo stracotto d’asino -ma a causa di quella mezza sega di automobile le toccava mangiare una pizza da “il Lurido” giù a valle.

No, lui sapeva che lei non era in casa. D’altra parte uno che guida una macchina così deve essere veramente un tipo speciale, bello come un apollo, scaltro come una faina; e se la compri diventerai così anche tu!

3)
Sono evidentemente due idioti.
Da quel che lui dice, guidare fin su è pericoloso.
Quello che fa lei è chiaramente, evidentemente, criminalmente pericoloso, visto che rischia di provocare una slavina sulla casa di lui, e magari anche sulle case di altri ignari valligiani che molto più saggiamente ed economicamente si sono comprati una panda 4×4.
In ogni caso, da quel che sembra, entrambi rischiano la vita; altrimenti non ci sarebbe suspense.

Ma non potevano dirselo? Studiare un piano? “Amore guarda, ’sto cesso di macchina.. proprio non mi fido. Vediamoci domani”. Ma loro no, anche l’ormone è spropositato, come le loro bellezze e capacità, per cui non ci sono cazzi, vogliono vedersi oggi. D’accordo, studiamo un’alternativa: “Amore, tu sei brava con gli sci, perché non vieni giù da me, fai attenzione, vai piano, ti aspetto ciao ciao kiss kiss”.
Però dillo, porco cane! Ed invece -solo per far vedere che sei l’Uomo Vero- sbatti giù il telefono, creando così un pericolosissimo equivoco che potrebbe costare due vite e non una. La tua, va bè, Darwin potrebbe trovarci un senso, ma non è saggio interrompere stirpi di papere di gomma.

No. Lui chiama e dice “potrei non farcela, CLIC”. E poi prende e guida fin là. Mi ci sono volute alcune volte per capire, quando lui arriva ad una casa, di chi è effettivamente quella casa.
Una volta capito non c’è stato spazio per dubbi: lui è un Idiota Emerito.

Lei dal canto suo non è da meno. Ti ha appena chiamato, non ce la fa a venire, ti sbatte giù il telefono senza neanche prendere in considerazione altre opzioni. Quindi? Cosa voleva dire? Faccio qualche ipotesi:
a) sai che è un Idiota, lo conosci bene, sai che guiderà fin da te. Reazione: se lo sai, perché diavolo vai via, rischiando la vita nel canalone?
b) è un gentleman, per cui non ha completato la frase, in realtà voleva dirti “senti non ce la faccio ad arrivare, mi fermo giù a casa mia con un paio di zoccole, ci vediamo al disgelo”. Reazione: se ci stai insieme sei una cretina.
c) lui è il vero Maschio Alfa, quello che sceglie l’automobile giusta, ma perché rischiare? E’ anche un fottuto maschilista e voleva in realtà dirti “senti bella, non ce la faccio a salire, muovi il culo e vieni tu, stronza, prima che digiti il numero delle zoccole”. Reazione: non si trattano così neanche le papere di gomma!

In ogni caso, arriva il momento della resa dei conti: lui è accecato dal riflesso, però lo gestisce e vede che lei non è a casa: infatti lei è davanti a casa di lui.

Lui la chiama: “dove sei?” e lei: “da te”, lui: “arrivo!”.

Poco credibile.
Se io fossi stato in lei avrei avuto un colossale giramento di coglioni e gli avrei detto numerosi aggettivi per avermi fatto rischiare la vita inutilmente nel canalone. Poi avrei cancellato il suo numero, avrei chiamato un amico col Land Rover, mi sarei fatta riportare a casa, avrei riacceso sotto lo stracotto, aperto una bottiglia di barolo, e magari più tardi avrei scoperto che quelli con il Land Rover “do it better”.
Lui, dal canto suo, avrebbe dovuto ammettere con la coda tra le gambe di essere un Idiota, se non altro per aver rischiato la vita di lei e la propria solo per poter fare il figo nello sbattere giù il telefono. E invece insiste: “arrivo” col tono di chi non può sbagliare. Ma chi ti credi di essere? Ah già, scusa, sei alla guida di quell’auto.. non puoi non essere nel giusto.

In ogni caso, il fine di questo annuncio pubblicitario è quello di farti sentire bello come un apollo, scaltro come una faina, possessore di una macchina che per le sue qualità sorprenderebbe anche il suo costruttore, e possessore (sic!) di una bellissima papera di gomma, che però non è solo bella: infatti sugli sci è anche meglio di Reinhold Messner.

Quello che fa venire in mente a me, invece, è che, se comprare un’auto come quella ti fa diventare un Idiota così, meglio pensare a un’altra marca e modello.

Vorrei spezzare una lancia a favore della teoria di cui all’oggetto.

Quante volte ho sentito dire “ma no, non conta, dipende come uno lo/la usa”. Doveva trattarsi di possessori di cose piccole, e dico ‘evidentemente’ in quanto certe cose sono difficili da verificare.

 

Ma veniamo ai fatti.
Lattina di birra, Tuborg Edizione Speciale Natalizia.
Eccola qua, presa da vicino.

 

Julebryg

 

 

Ed ora vediamo la cosa sotto un’altra prospettiva.
Mettiamola in compagnia di lattine “normali” da 33cl.

 

Alle

 

 

Ad essere sincero, prima di quest’anno non avevo mai visto questi mostri ma apparentemente devono essere una buona idea, considerando che non è raro vederli in mano alle persone. Mettili in frigo e ti regalano 100 centilitri di goduria!

..e dopo questa poderosa dimostrazione di forza, c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di dire che conta solo come la si usa? :)

‘Il Ponte’, articolo di Dicembre 2010

Non serve una calcolatrice per contare le sostanze psicotrope legali, ed una di queste è la caffeina. Trattasi di sostanza che può essere somministrata in diverse forme di cui la più comune è il caffè. E qui cari connazionali in espatrio, come direbbe il Grande Bardo, casca l’asino. Infatti si dà il caso che la forma più apprezzata, per noi, sia l’espresso italiano.
Una bella tazzina rovente da ingoiare (il contenuto mi raccomando, non la tazzina) in due sorsi e poi via, verso la prossima avventura. Un botto di energia che ci sveglia/risveglia, o che almeno ci dà questa illusione.
Purtroppo l’espresso italiano, fatto come si deve, si trova in rari posti; e se l’operatore non è italiano, è indispensabile a) non parlare di caffè, bensì di “espresso” e b) dare istruzioni specifiche al caffettaro per non trovarsi una tazzina, sì da espresso, ma colma di brodo. Del prezzo dell’espresso in Danimarca parlerò un’altra volta, non appena la redazione mi avrà dato il nulla osta per usare parolacce su Il Ponte.
Come dicevo, se si vuole un espresso va evitata la parola “caffè”; infatti per i danesi il caffè è quel liquido scuro, percolato fumante ma soprattutto abbondante, al vago sapore di caffè. Generalmente lo classifico come “tè al gusto di caffè”, e datemi torto.
Se uno si aspetta emozioni forti dal caffè danese, temo che resterà deluso. Tuttavia, deve essere un potente aggregante sociale; infatti non ho mai visto nessuno in un locale con una bella brocca da litro, e scolarsela da solo; al contrario, allegre compagnie ad ogni orario -più o meno lavorativo- sì. Volendo infatti pervicacemente insistere sui meriti, non va taciuto che è un bel brodino caldo e confortante che specialmente d’inverno fa piacere, e non stupisce che una brocca possa durare un pomeriggio. D’altra parte non va dimenticato che questo tipo di brodo non è scevro da caffeina, anzi, ce n’è eccome. Per parafrasare una nota pubblicità: il danno, senza il piacere.

Ma non è solo di caffè che volevo parlare. Pochi sanno che un’altra sostanza psicotropa (legale, almeno finché non lo scoprono) è la Pizzoina. Come dalle ricerche del Dott. Simon O.N. Gary, è “(…) contenuta in larga misura in pizze e calzoni (…) è una sostanza che dà dipendenza e assuefazione”.
Ma anche qui le distinzioni sono d’obbligo. Chi ci dice che una Pizza italiana, forgiata in un vero forno a legna come da ferrea tradizione napoletana, contenga la stessa quantità di Pizzoina di una pizza-a-domicilio ananas e kebab forgiata da turchi, cotta in forno elettrico e consegnata a casa con la soprattassa governativa sui semifreddi? O peggio, quelle pizze surgelate di cui i banchi freezer dei supermercati sono ricolmi, prodotta magari da Mastri Surgelatori di pizza a Taiwan: chi mi assicura che non sia stata aggiunta Pizzoina di sintesi? Geneticamente modificata, magari.

Quando qualcuno migra dall’Italia alla Danimarca deve fare i conti con alcune astinenze, di cui le due elencate sopra sono importanti esempi. Se anche accettiamo il modo -spiacevolmente alternativo- di procacciarsi la caffeina, le cose con la Pizzoina diventano più drammatiche. Non è come in Italia, dove è naturale trovare spacciatori di Pizzoina in ogni comune e frazione: qui diventa già difficile identificare uno spacciatore autentico in una intera città; intendo gente seria, che non ti venda Pizzoine tagliate di provenienza turca o cinese.

E, visto che è Natale, mi verrebbe in mente anche un’altra sostanza: la Cappellettina, lo stesso principio attivo dell’Agnolina, la Raviolina e la Tortellina, presente in larga dose in quei manufatti tipici del pranzo del 25 nelle mie zone. Riuscirà il Nostro Eroe ad assumerla in quantità adeguata quest’anno? No perché gli anni scorsi a Natale ho mangiato aringhe crude; e l’autoconvincimento è inutile, il gusto è inappellabilmente diverso. Ricorrere ad analisi microbiologiche ed organolettiche non serve: dalla completa assenza di effetti riconducibili ad astinenza ed assuefazione, sarei pronto a scommettere che nelle aringhe, di sostanze psicotrope, proprio non ce ne sono.

Per niente pentito -semmai orgoglioso- di sentirmi un drogato, auguro a tutti Buon Natale!

‘Il Ponte’, articolo di Settembre 2010

La Danimarca è piatta come un’asse da pasta, e questo più o meno si sapeva.
Un attento osservatore potrebbe pertanto pensare che andare in bicicletta sia un paradiso. E lo è. Il fatto che un terzo dei danesi vada al lavoro pedalando lo testimonia. Un terzo è un’enormità. E’ come se 15 milioni di italiani invece che appoggiare le chiappe su un sedile e girare una chiave, prendessero un po’ d’aria fresca e pedalassero.
Certo, posso sentirmi dire “pedala tu a Perugia, L’Aquila o Sondrio”, ma se è pur vero che le pendenze qui non ci sono, c’è sempre l’handicap non trascurabile del tempo atmosferico. In Danimarca piove un giorno su due, e ugualmente nessuno ferma gli “audaci”. Talvolta c’è un freddo che farebbe ghiacciare il sangue a un leone marino; eppure, con l’equipaggiamento adatto, lo affronti.

Comunque, stabilito che “non esiste buono o cattivo tempo ma buono o cattivo equipaggiamento”, rimane un problema molto sentito: Eolo. Che non è il nano di Biancaneve, bensì il dio del Vento. Eolo, alla faccia di quel principio d’asma che una volta (a uno “Screening”, a-ehm!) gli avevano trovato, soffia come se quello fosse problema di qualcun altro. Aggiungi che non c’è neanche una montagnetta a far da riparo, basta che al dio venga un ruttino dopo pranzo che la cosa si ripercuote ai quattro angoli.

Questo incide in modo serio sui complessi calcoli a proposito dei tempi di trasporto; se devi andare al lavoro e il vento viene dalla direzione sbagliata, sono amarissimi cavoli. Il pensiero che -a logica- al ritorno il vento sarà dietro, è una patetica illusione autoinferita con il solo ed esclusivo scopo di tener duro, andare avanti e respingere il giustificato istinto di mandare tutti affa e tornare a casa sotto le coperte; infatti sai benissimo che quando sarai di ritorno c’è un’iperbolica probabilità che il vento abbia girato e soffi in direzione esattamente opposta.
Prendi la bici per andare alla stazione del treno e ci metti il triplo del tempo, anche se hai il cambio Shimano col pacco pignoni da montagna e ingrani la prima ridotta. Mentre tenti di guadagnare metri con l’acidosi lattica montante, il pedone ti sorpassa e ti guarda con disprezzo, condito con l’orgoglio della propria velocità di appiedato.
Io non sono preparato. Vengo dalla Val Padana, da noi quando tira vento sparano i fuochi d’artificio per festeggiare l’Annuale Cambio dell’Aria; per il danese le cose sono più facili, l’abitudine aiuta, ed ho pure scoperto il loro trucco: nelle giornate particolarmente ventose vanno in giro vestiti come Mario Cipollini anche se devono andare a piedi. E, ad un equipaggiamento estremamente tecnico, va affiancato il fatto che imparano fin da bambini a non fare vela, deflettere le raffiche, stagliarsi di sghembo.

Talvolta, tuttavia, càpita che il vento ce l’hai dietro. E lì si gode.
Sì. Cioè. Almeno fino a quando arrivi in stazione, dove ti trovi con un Signor Problema: stai andando ai centonovanta. Doppiare la stazione e stabilire il Record di sempre sul chilometro lanciato, ancorché corroborante per il proprio ego, è controproducente; infatti quando riesci finalmente a fermarti devi voltare la bici e riguadagnare la stazione, di nuovo in prima ridotta, portandoti dietro pure il trofeo appena vinto, facendo ben attenzione che la bocca della coppa non guardi verso avanti.
Tutto si gioca in quello che succede negli ultimi 100-150 metri prima del traguardo. Ed è qui che entra in campo l’importanza del mezzo tecnico; mi ero sempre chiesto perché, anche le normali biciclette, montassero spesso freni a disco; forse mi confondo, ma mi è sembrato addirittura di vedere dei Brembo autoventilanti, come Valentino Rossi sulla sua Yamaha.
Pensavo fosse per fare gli sbruffoni al bar con gli amici tipo “Freni nuovi, paghi da bere”. “Non fate i furbi che io c’ho due dischi così”. “Il mio Disco è più grosso del tuo”. “Sarà anche più grosso, ma il mio véntila meglio”. Cose del genere. No no. Adesso so il vero perché.

Trasportando quindi il concetto all’italian-pensiero, orientato agli Status Symbol, per noi risulterebbe che: se hai la bici coi freni a disco sei The Great Ganzo: potresti passare impennando davanti alla polizia senza conseguenze, anzi, agiterebbero palette per farti strada. Hai i freni a tamburo? Sei ancora OK, ma se devi andare in centro parcheggiala lontano così che nessuno lo noti. In tutti gli altri casi la tua bici è così scrausa e raccogliticcia che -se non vuoi fare magre figure- l’unica opzione è venderla; sperando che ci sia ancora qualcuno che se lo vuole comprare, quel cesso.

PS (Direttrice, non se la prenda se approfitto) VENDESI Belizzima Bicicletta Blu, come nuova, telaio alluminio, telefonare ore pasti 555-..

Like in many other countries, and I’m not talking about the third world, in Denmark there was a monopolist managing the wiring and communications, some sort of nordic Telekom. It’s teleKom because for the danes, you know, “C”s are for sissies.

However, changing names simply doesn’t do the trick; using more sophisticated, english-sounding, youth-friendly names helps only to get the picture of a decrepit face with a cheap lift job. But they tried, of course, so the old Telekom-whatever ISP is called YouSee, and if you want to have an internet connection, there’s just no escape.

Knowing what happens under this point of view in my homeland, I made a point in keeping quiet and not complaining, but lately things just went from bad to worst. My background made me way tolerant; despite that, they got me pissed, so I don’t really want to know how danish people feel, used to higher standards but forced to bear this kind of service whatsoever.
You see, YouSee is the typical ex-monopolist service and it feels like the counterpart are still users -as they were used to be- and not yet customers; a monopolist, given the users’ lack of options, just doesn’t give a rat’s ass. Supply and Demand, it’s that simple.
Frequent interruptions of service is the least that can happen; also high latency spikes, that is a no-go for some kinds of TCP connections that need a steady ground.

So, when it happens, you call. Get in queue, wait, grow bored, and once they answer the problem’s gone, and the Miss happily tweets “Sorry sir, my terminal says everything’s fine, have the best day ever, goodbye” CLICK. Sometimes it happens that the Miss’ name is Erik, a descendant of a proud Viking dinasty; he tweets also, but doesn’t sound as good.
Too bad terminals don’t have a memory of what happened before. Better, I’m sure they have, just why taking the trouble to go check the recent history; it’s you, the user, a mythomaniac sicko seeing things that nobody else can, and of course a complete idiot around IT and computer sciences, that might have called just because a website took 2 seconds longer to load. So, why bother?
In order to be completely honest, though, it happened once that they answered while the problem was still standing; therefore the tweeting thing “certified it” -in a way-; put things in motion and ordered the efficient techmongers army to deploy. Days later (yes, days; I said “efficient”, not “fast”) a very kind and professional technician knocks the door, extracts his fine machineries then checks plugs, cables, line to the central node, environmental interferences, checks also the water, gas and poop pipes just to be sure, ends up like “everything’s fine”; he then gathers that it has to be the modem and changes it for free (well, it’s theirs). Problem Solved, officially.
In the real world instead, the situation hasn’t changed an inch.

So, sadly, this is the state of the art; the monopoly ceased, however the effects didn’t desist. As far as I know, the last mile, that few hundred yards of copper, is a thing that other companies -living in the third millennium free market- crave to get the rights to use, or buy. Unfortunately, as it comes, they will be really free to get them with no questions asked, only prying them from Telekom’s stiff dead fingers. And it ain’t gonna be soon.

Nevertheless, there are some happy areas where you can access services from other ISPs; those so lucky to benefit from it are usually very satisfied, and they say it out loud.
I hope we are gonna be happy as well soon. In fact, we are moving, and it looks like the new house is right inside one of the happy spots. I really can’t wait.

And now I’m gonna post this.. if I’m still online :)

Farewell time:

— YouSee, See You! —

..much, much later!

FreeANT

Tech Addendum
if somebody from YouSee reads this, I want to say a big thumbs up for changing the person or team responsible for the configuration of the DHCP servers. About time, after 3 years it looks like they work now.

Good Job,
Good Job.

Considerando la grandezza media di ogni gruppo famigliare, si può tranquillamente stimare che a Copenhagen ci sia poco meno di un milione di unità abitative. Noi stiamo cercando casa e ne abbiamo trovata una di recente che soddisfa le nostre esigenze a fronte di un prezzo abbordabile.

Quella che segue è parte della risposta a una mail di mia sorella:

>  Come state? Lavorate tanto? E la casa, novità?! Il babbo di Tabby si è ripreso dallo shock di dovervi prestare 400.000 € !!!

(nota: Tabby lavora in un Kindergarten, se per caso era sfuggito)
Mah sì, bene, Tabby tiene i Pampini fuori tutto il giorno, dopo averli immersi nella botte di grasso di balena tenendoli per il tallone come Achille, ed infatti moriranno tutti di tumore alla pelle del calcagno. Poi ogni tanto mi torna a casa strinata perché si è dimenticata la crema in qualche regione di pelle o perché nel pulire vomitini lava via anche la sua crema e dimentica di “rimetterla” (e sì che si sta parlando di vomitini.. ma in danese il gioco di parole non funziona, forse è per quello).

Io lavoro molto, sono spesso fuori a piedi e in bici e sto perdendo peso, come da copione; credo che la differenza tra inizio e fine estate sia di una decina di chili, tutto sommato; e non è che -solo perché è estate- mangio solo verdurine, anzi, ho del bel bacon in scadenza, credo che i prossimi giorni sarà Karbonara-fest ;)

(nota: trovata la casa, Tabby scrive un SMS a suo papà raccontando la novità e dicendogli che ci servono 300.000 corone, tuttavia nella eccitazione le scappa uno zero in più per cui diventano tre milioni di corone, circa 400.000 euro)

Il Tabbo oltre a non essersi ripreso, sta molto peggio adesso: prima, quando erano 400mila euro, poteva essere solo uno scherzo, ma una volta chiarito l’equivoco che sono solo 40.000, teme di doverceli prestare davvero!

Per la casa era tutto fermo e stagnante fino a ieri, quando è emersa una grossa novità. Tabby deve andare al matrimonio di una ex collega, e ha chiamato al telefono un’altra ex (Monica, o più probabilmente Monika) per mettersi d’accordo sul regalo (2 minuti scarsi) e finire raccontandosi nei particolari gli ultimi mesi di vita (30+ minuti), tra cui è compreso il discorso della casa sul quale inevitabilmente scivolano. Ecco la trascrizione, più o meno accurata:

Tabby: eh sì, abbiamo trovato una casa, per noi è bellissima, molto più ampia, e perfetta per le nostre esigenze

Monika: ah figo, magari c’è posto anche per un Baby Seal! (nota: Piccola Foca, è l’appellativo con cui chiamiamo l’eventuale nostro bambino, che sto cercando di schivare come Clint Eastwood schiva i proiettili calibro 45 nei western)

Tabby: sì sì, quello è uno dei motivi per cui cercavamo di traslocare! Ci sono due stanze grandi a pianterreno: cucina e salotto; poi nonostante sia un appartamento, è su due piani: c’è una scala che porta a un seminterrato molto grande semiabitabile, ci stanno due stanze da letto, ognuna grande il doppio di quella che abbiamo adesso, e avanzano pure camere per le altre cose

Monika: bene, bene, e quindi ci stanno anche tutti i vostri computer!

Tabby: eh per forza. E poi c’è una cosa che ad Antonio piace molto: il giardinetto privato, dove fare il barbecue; c’è posto abbastanza per mettercene uno robusto, per cuocere la carne con la pietra come fa suo papà

Monika: ah davvero? bello ma.. giardinetto? barbecue? mi ricorda qualcosa..

Tabby: sì, è un piccolo giardino davanti all’ingresso della casa e, siccome dà sulla strada, proprio tramite il giardino c’è l’ingresso privato!

Monika: senti maaaa.. dove hai detto che era?

Tabby: in Vattelapescasvej, numero duecento e qualcosa

Monika: duecento e?

Tabby: duecento e non mi ricordo

Monika: hmm.. non è che per caso il soggiorno è dipinto di azzurro?

Tabby: sì, come fai a saperlo? Infatti, la prima cosa che faremo è ritinteggiare, perché lo sai che l’azzurro mi fa cag..

Monika: ..click..

Monika: (telefona a suo marito) THOMAS! NON VENDERE LA CASA A NESSUNO, CHE LA VUOLE COMPRARE TABITHA!

E così risulta che la casa è loro; c’era stato qualcuno che aveva fatto un’offerta al ribasso, loro stavano per venderla lo stesso, e quell’idiota del real estate (che stava mediando la compravendita) non ci ha detto niente.
La prima cosa che ha fatto Thomas, che dall’incazzatura gli fumavano i peli delle orecchie che non ha (i peli, non le orecchie), è stata di chiamarlo, dirgli diversi aggettivi e qualche sostantivo (”coglione”, credo sia un sostantivo), chiedergli perché cazzo tiene all’oscuro i potenziali clienti, perché stracazzo non tiene informato lui sui potenziali clienti soprattutto se sono disposti a pagare il prezzo esposto, e mettere in chiaro che la casa la vende a chi vuole lui, chiudendo la telefonata con l’equivalente danese di “vaffanculo stronzo” che credo che suoni ruvido uguale ma con le K al posto delle C.

Certo che, come si diceva, qual’è la probabilità -su un milione di case- che quella di cui ti innamori sia di una ex-collega?

Domenica alle 11:00 è venuta Louise. Ovviamente non di punto in bianco! Si è fatta precedere da preavviso qualche giorno prima, in perfetto stile danese. E allora ho chiesto a Tabby cosa dici, preparo qualcosa? Uno snack? Delle tartine? Du spaghi? (e accompagno con il gesto: sollevare il gomito destro finché l’avambraccio sia molto inclinato verticalmente, tenere la mano all’altezza dello stomaco a una decina di cm di distanza dallo stesso, in asse con l’avambraccio, ripiegare tutte le dita eccetto indice e medio che vanno tenuti a V, e roteare ripetutamente la mano lungo l’asse longitudinale dell’avambraccio, raggiungendo il fine corsa da entrambi i lati)

Lei con piena finta indifferenza fa: mah, per caso mi viene in mente, è tanto che non facciamo la pizza.. segue sorriso tirato. Vero, sarà un mese, ma speravo di scamparla più a lungo.

Allora un giorno vado a comprare quello che manca: il lievito, la mozzarella, il Pømì, e la farina nuova che abbiamo scovato: marca “Il Fornaio” che suona tanto italiano, e sottotitolo: “Kompromisløst Italiensk” che vuol dire “(prodotto) Italiano senza Kompromessi” e la K l’ho lasciata perché rafforza il concetto. Costa come la cocaina ma è molto buona, la nostra pizza ha guadagnato decine di punti da quando la usiamo.

Però mi si affaccia un problema: la farcitura.
Io non faccio pizze tonde, tendo a sfruttare tutta la superficie della teglia rettangolare da forno; delle quali tuttavia ne abbiamo solo due, che vanno benissimo per noi ma il sopraggiungere del terzo ingenera delle limitazioni: una delle due teglie deve ospitare una pizza “condivisa”.
Tabby è allergica ai latticini, e la mozzarella una volta portata a temperatura di regime tende dispettosamente a diventare anarchica, disubbidendo in particolare alle regole territoriali, per farla breve sbrodola dove non dovrebbe.
Per cui la pizza condivisa, a logica, dovrebbe essere la mia.
Ma mi oppongo con forza all’idea: è vero che io sono di gusti difficili, ma qui si pone un problema che travalica e diventa una questione etica. Infatti Louise non è italiana, e alla proposizione “pizza con prosciutto e ananas” invece che reagire con:
- “EW”
- “che schifo!”
- “dov’è il water!”
- “come i tedeschi e gli spaghetti con la marmellata!”
- “ehi, perché non aggiungere pure la nutella!”
lei dice:
- “hmm, buona!”

Al momento lei non aveva ancora stabilito i gusti, ma io non volevo correre il rischio che liquami di ananas venissero a contaminare la mia purissima Pizza alla Napoletana con Eccesso di Acciughe, nossignore.
Per cui prendo la decisione: una teglia tutta mia e basta, l’altra contenente numero due pizze, rettangolari, metà superficie ciascuna: una per Tabby e una per Louise.
Per principio di uguaglianza, loro avranno due ulteriori pizze della stessa dimensione, da infornare dopo le prime.

Il pericolo ananas è stato poi scampato, perché entrambe hanno optato per una “normale” pizza peperoni, cipolla, bacon e ragù.

No comment.

Aprile, tempo di dichiarazione dei redditi.

Non so come sia oggi la situazione per il lavoratore dipendente in Italia, ma se non sbaglio c’era quel modulo che ti veniva consegnato dal datore di lavoro che poi dovevi pensare tu ad integrare ed inoltrare. CUD? Massì, il CUD.

Qui no, non lo devi fare; indipendentemente dal fatto se sei dipendente o autonomo, l’ufficio delle tasse ti manda il tuo estratto conto, dicendoti se sei a debito o a credito.

Se sei a debito, vai sul sito e paghi con la VISA o altro metodo a te più congeniale.
Se sei a credito, appena possibile ti fanno un bonifico sul conto corrente bancario.

Se non ricordo male, invece, in Italia la sollecitudine ha due pesi e due misure, a seconda del caso; se sei a debito devi correre a pagare; se sei a credito puoi -a tuo carico- fare domanda di liquidazione, che ti arriverà con molta calma; oppure puoi decidere di tenerli lì nel caso l’anno prossimo tu sia a debito, dove farai il conguaglio e poi si vede chi deve cosa a chi. E nel frattempo i tuoi soldi fanno caldo nelle tasche di qualcun altro. D’altra parte, se sei stato così coglione da pagare di più, non sarà mica colpa di chi li ha presi.. e ringrazia che non ti fanno pagare per il lavoro extra di conservare i tuoi soldi per qualche mese/anno.

Qui sotto si trova parte del mio “estratto conto” tasse per il 2009:

Tasse 2009

(cliccaci sopra per vederlo)

Dunque, l’azienda per cui lavoro ha versato troppo, per cui ero a credito di 2987,52 corone danesi (circa 400 euro) .

L’ufficio delle tasse mi ha comunicato che me le renderanno appena possibile, facendomi appunto un bonifico. Ma siccome loro sono stati indebitamente in possesso di soldi che appartenevano legittimamente a me, ovviamente me li restituiscono aggiungendo gli interessi. 0,6% che non è un granché ma è sempre meglio di quel che ti danno certe banche. Ho scritto “ovviamente” ma certe cose che dovrebbero essere effettivamente normali e dovute, per come siamo stati abituati nella nostra patria di origine mi stupiscono ancora.

Totale: 3005,00 corone. Poffarre, hanno fatto un arrotondamento di 44 centesimi -a mio danno-! Ma, sono certo, troveranno il modo di ridarmeli l’anno prossimo. Sono meno di 6 eurocent, posso sopravvivere senza.

Non ho altro da dire su questo argomento (Forrest Gump)

‘Il Ponte’, articolo di marzo 2010

Titolo: Barista, vorrei uno Screening, con ghiaccio

Mi rendo conto che sto andando di nuovo sullo scatologico, prometto che starò più attento dalla prossima volta, ma questa lasciatemela dire, perché nelle mie considerazioni rientra nella categoria delle differenze tra noi e i danesi.

Qualche mese fa abbiamo accennato alla Dolce Euchessina. Che è un lassativo, niente di più e niente di meno. Tuttavia, caro lettore, non so da quanto tempo manchi dall’Italia, ma nelle ultime decadi le cose sono cambiate. Il bisogno di lussi invade anche il mondo della parola e costringe gli esperti di marketing aziendale a fare salti mortali per dare ai prodotti nomi e descrizioni ricercate. E così vai in farmacia a comprare un “Favoritore Metabolico con Effetto Mucosa-Rilassante e Stimolatore Algoritmico di Peristalsi”. Cos’è? Un lassativo. Ma vuoi mettere? La parola lassativo è così demodé, è così retrò. Non vorresti mai che qualcuno ti udisse pronunciarla in pubblico, o peggio davanti a uno che se ne intende: il farmacista.

Tempo addietro c’ero cascato anch’io. Compravo un integratore, un prodotto micidiale che integrava tutte le tue necessità alimentari, tutto quello che non assimilavi attraverso il cibo. Aveva un nome poderoso: “ONE”, abbreviazione di ONE-A-DAY, un nome studiato per colpire l’immaginario. C’era dentro di tutto, vitamine, sali minerali, polisaccaridi vegetali, metalli più o meno preziosi. Non voglio indagare su quello che ONE ha fatto al mio corpo in quel seppur breve periodo, anche se probabilmente il mio corpo -che ragiona meglio di me- tramite canali che non meritano approfondimenti ha espulso il surplus di vitamina B12 e zinchi clandestini non essenziali, il tutto senza usare il Favoritore Metabolico. Più che altro mi piaceva il nome, e non serve Einstein per capire che se si fosse chiamato UNO-AL-GIORNO sarebbe rimasto a fare la muffa sullo scaffale della farmacia.

Nomi magniloquenti, definizioni roboanti, è un argomento che affascina; tuttavia non c’è abbastanza spazio per approfondire, per cui ne parleremo tra qualche mese. Di certo c’è che i nomi di prodotti e servizi sono indiscutibilmente più efficaci se espressi in una lingua misteriosa. E questa lingua arcana, l’inglese, per i danesi a) non è esattamente una cosa enigmatica e b) è una necessità, perché per esprimere certi concetti quelle parole proprio gli mancano. Per noi invece, proprietari di uno dei vocabolari più ricchi del mondo, il fascino dell’impenetrabile mistero è uno dei meccanismi che spingono a rinunciare ai patrii vocaboli. Esempi? Questo articolo l’ho scritto su un Computer che però è anche un “elaboratore”. Perché mi sento meglio dopo uno Screening o un Check-up e non è esattamente la stessa cosa dopo una banale “visita medica”? Con le Notizie Flash ho la netta impressione di risparmiare più tempo che con il “notiziario rapido”, o mi sbaglio? Aprirà prima i battenti un esercizio con la scritta Opening Soon o uno col cartello “prossima apertura”? Una cosa è certa, infine: un Meeting è innegabilmente meno palloso di una “riunione”.

Questa cosa fa riflettere perché, in fin dei conti, che tu compri un Favoritore Metabolico, la Dolce Euchessina, l’esotico Guttalax o un comune lassativo, l’effetto è sempre lo stesso: fanno ca.. ehm, Direttore? Si può dire quella parola su ‘Il Ponte’?

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