Funnies


‘Il Ponte’, articolo di dicembre.

Titolo: Tu Scendi dalle Stjernerne

E’ Natale. Sursum Corda, è nato Gesù e la tradizione dice che siamo tutti più felici e più buoni. Atmosfera, luci, auguri, tutte ’ste cose. Ed anche l’ateo più accanito, per il quale Natale significa giusto ferie e gozzoviglia, non può non associare il clima festoso con l’inno del titolo, che tipicamente immaginiamo cantato a cappella dall’abside di una cattedrale, così che risuoni (rimbombi?) meglio, sia dentro che fuori, dove il passante sotto la neve si riscalda il cuore. Con cosa esattamente? Con le Stjernerne. OK, lasciami dissentire.

Noi italiani siamo viziati, abbiamo una delle lingue più armoniose e musicali del mondo. I francesi non saranno d’accordo. A loro giudizio è la loro, la lingua più bella del mondo. Ma c’è anche da dire che i francesi non fanno testo: per loro sono francesi anche la Sagrada Familia, il Colosseo e la Porta di Brandeburgo, e questo è il motivo per cui sono bei monumenti. Pensano addirittura che sia francese anche la Corsica; non si sono mai chiesti come mai il dialetto che parlano là è praticamente sardo.

Comunque. Possedendo, dicevamo, una delle lingue più eccetera eccetera, mi permetto di schizzinare, giocosamente mi raccomando, sulla musicalità della lingua parlata nella terra che ci sta sotto i piedi.

Tanto per cominciare, sicuramente fa piacere se ti dicono che sei attraente, ma non sono così certo dell’effetto se ti senti dire “quanto sei Tiltrækkende!”. Non sono nemmeno sicuro di quanto sia romantico dire alla tua innamorata che i suoi occhi sono belli, appunto, come Stjernerne. Certo, dopo questa, lei può ripagarti dicendo che sei Smuk come il sole, per esempio, così siete pari. Passando dall’Astronomia alla Farmacologia, avrei qualcosa da dire su Elsker, che mi fa pensare più ad un prodotto da banco che effettivamente all’amore. Tuttavia se la tua innamorata ti da un po’ del suo Alka-Elsker magari fa bene anche per l’imbarazzo di stomaco. Si chiama effetto placebo e dicono che funziona. E che dire delle nozze? Sono una gran bella cosa, Don Abbondii a parte, ma cosa ne vogliamo dire se ci coinvolgono in un bel Bryllup, che nella giusta pronuncia diventa Brüllup? Mi permetto anche una licenza linguistica, so che il verbo non esiste, ma mi diverte pensare alla ragazza piangente che asserisce: “nessuno mi Brülla!” o all’innamorato: “Cara, vuoi Brüllarmi“? Potrebbe suonare addirittura un po’ osé.

Qualche equivoco, poi, completa il quadretto. Al supermercato pago sempre con la carta di credito, e la domanda di rito se voglio in più del contante o se pago giusto l’importo, lo sappiamo tutti, è På Beløbet. Sempre tutto bello attaccato, perché fare pause tra una parola e l’altra è troppa fatica; sicché diventa un rotondo Póbelöbet. E non c’è una volta che riesca a star serio: mi salta sempre in mente il ritornello di Tutti Frutti di Elvis Presley: “A bop Póbelöbet, a lop pop boom!”. Qualche volta vedi che mi scappa, la canto in faccia alla cassiera; e il prossimo articolo lo scrivo dalla Neurodeliri (Neuro-vanvid).
Geniale invece un catalogo arrivato qui a casa qualche tempo fa. Scarpe. Sko in danese, gliela perdoniamo perché assomiglia molto all’inglese Shoe, hanno solo scopiazzato male e sbagliato a trascrivere la H, e che sarà mai. Dicevo; scarpe di moda, grande stile, ottima classe; prezzo modico, sì certo, se guadagni uno zilione al mese.
In copertina, sopra un paio di gran bei (Smuk) modelli, il titolo a corpo 200 recitava: “SKO MODE“. Evviva la sincerità!

Seriamente, tuttavia, su alcune cose hanno ragione. Fa più impressione un atteggiamento Krigerisk rispetto all’omologo Guerresco, e secondo me incute più timore un Kriminel di quanto faccia un Criminale; stessa radice, ma quella K, eh, ne fa di differenza.

E’ infine mia opinione che portare il pattume al bidone dell’immondizia in Italia dia decisamente molta meno soddisfazione che non farlo qui, quando lo porti in un posto che si chiama “lo SKRALDESPANDEN“. E gettarlo dentro così, con cattiveria, magari anche con un grido Krigerisk. Tiè, Pattume! RAAARGH!

Pensaci, la prossima volta che esci di casa col sacchetto nero. Magari lanciamo una MODE.

God Jul til alle!

I sogni ed io: un match risibile. Raramente ne ricordo uno, dei pochi che ricordo ci sono spezzoni indefiniti, caroselli senza senso, senza capo né coda. Una volta su mille ne capita uno che abbia senso. Una volta su un milione ne capita uno bello chiaro, distinto, particolari definiti come se fossero veri. Mai così lungo, comunque. E siccome mi è successo qualche notte fa ed ho avuto la prontezza di fermarlo su carta, va beh, su file, lo racconto.

Tutto comincia sulle colline di Volta Mantovana, in un campo su un dolce declivio, coltivato a cavoli. Non sono un agronomo, ma paiono proprio cavoli.

Sono lì con due amici che non ricordo con precisione micrometrica ma sono maschio e femmina, ed ho il sospetto che sia una coppia di Ceresara (MN) che conosco; hanno un’azienda di informatica con la quale ho lavorato parecchio in passato, erano miei fornitori.

C’è uno strano sistema di irrigazione nel campo, sono delle condotte a sezione rettangolare, tipo 30×40 (come quelle dell’aria condizionata/riscaldamento nei magazzini delle aziende) sospese in qualche modo a 1 metro da terra. Vado a vedere da vicino, sembra perfettamente chiusa. Ma ad un certo punto arriva una ragazza con un amico più giovane, e stanno correndo *dentro* la condotta; la parte superiore, che sembrava metallo, si richiude al passaggio delle loro gambe. Quando si avvicinano ed io vedo che sono d’intralcio mi scosto e dico “sorry”. Controllo il coperchio e lo mostro agli altri, sembra un effetto speciale, sembra che sia liquido al tocco, ma a lasciarlo stare appare proprio metallico.

Con quei due amici qualche giorno dopo, per qualche ragione, andiamo a sciare a Cortina d’Ampezzo, un posto che conosco solo parzialmente e dove non andrei di mia spontanea volontà quando a due passi (alpini) di distanza c’è il Gruppo Sella, che invece è come casa mia.
Quando arrivo mi rendo conto che ho gli sci e i guanti ma ho dimenticato la tuta e gli scarponi. Allora dico agli altri andate pure mentre vado a rifornirmi: i vecchi scarponi, poverini, hanno fatto il loro servizio e sarebbe anche ora di cambiarli mentre per la tuta mi arrangio: posso comprare una giacca a vento e sciare coi jeans (tanto non cado mai :)). Magari anche un paio di ghette così la neve non mi entra negli scarponi.

Arrivo in un negozio di articoli sportivi e chi ti trovo? La ragazza che correva nella condotta, che lì fa la commessa. E’ una ragazza molto carina, caschetto biondo, occhio estremamente azzurro, proprio per niente bomba di sesso ma molto dolce. Mi riconosce immediatamente, viene verso di me e si mette a parlarmi in inglese, senza accenti.
Allora le spiego che sono italiano, che però abito a Copenhagen e che quel “sorry” mi è venuto fuori di getto, perché quando succede qualcosa di imprevisto e improvviso prorompo in un “fuck”. Per dire “cazzo!” devo pensarci (questo è vero).
Lei è eccitatissima, mi chiede tremila cose, rispondo. Poi passiamo ai miei acquisti. Lei è molto servizievole e mi fa provare gli scarponi, trovo dei Lange blu mezzi da gara, esattamente lo stesso modello che avevo prima e che mi hanno dato enormi soddisfazioni. Invece della giacca a vento mi propone una “maglietta” che è una di quelle cose supertecnologgiche da gara che sembra una T-shirt attillata ma tiene più caldo di un eskimo. C’è anche il quadrato di stoffa col numero sopra, già pronto. E’ un 6, bello grosso.
Poi la giornata diventa farraginosa. Ricordo solo che senza gli impedimenti aerodinamici di una ingombrante giacca a vento, sfreccio libero e veloce come non mai.

Il sogno continua che io e la Pigga (*) abitiamo a Copenhagen.
Stiamo tornando in Italia per visitare le famiglie e abbiamo trovato un nuovo mezzo di trasporto piuttosto efficiente. E’ una corriera che vola. Cioè, fuori città vola, anche se non a una velocità pazzesca; anche in centro città può, ma deve volare ai 50, e occhio agli autovelox.
Subito dopo la partenza (decollo? niente aeroporti, decolla verticalmente come un Harrier) il capocorriera, con spiccato accento di Sorrento, ci comunica che non possiamo volare direttamente in Italia, ci sono degli ospiti che devono imbarcarsi a Mosca e quindi dobbiamo fare una (piccola) deviazione. Esticazzi, e dirlo prima?

Comunque. Abbiamo un sacco di tempo ed ognuno sembra rilassato e per niente incazzato.
In effetti non è un brutto posto dove stare: fuori sembra una corriera, quando ci entri invece sembra più una nave da crociera, con i ponti scoperti con le sdraio, la ringhiera e i camerieri con i vassoi di cocktails con le olive e gli ombrellini Made in Thailand.

Io e la Pigga siamo in un salone all’interno, scherziamo, ci esercitiamo col russo in vista dei nuovi ospiti che imbarcheremo, con voce stentorea pronunciamo parole tipo Pravda, Doblonski, Pordna, Tovarish, Gostilna (questa non c’entra, è serbo-croato credo, ma chi se ne frega) e ridiamo come pazzi.
Poi lei si immerge in un libro ponderoso, che deve essere un libro dell’ammore perché ogni tanto sospira; io decido di andare a prendere un po’ d’aria fuori.
Esco sul ponte di tribordo e chi trovo? La Biondina. Di nuovo. Inaspettatamente (ma appare molto naturale) mi salta al collo, mi bacia e mi racconta cosa ci faceva a Copenhagen, che si è trasferita anche lei, che era piena di ammirazione per quello che avevo fatto io e che *doveva* provarci.
Mi racconta duemila cose e le ore passano, ad un certo punto vado ad avvertire la Pigga che sono fuori con questa amica, lei dice OK e continua a leggere il suo libro con occhio acquifero, torno fuori. La Biondina mi chiede della maglietta da sci, le dico meraviglie, si continua parlando di cose improbabili. Poi andiamo in giro per la nave, come il film Titanic, però non siamo innamorati, l’unica sensazione è la spensieratezza, completa ed assoluta.

In un intermezzo cerco di andare a catturare una gallina. Per accedere alla prua c’è una strana porta, due ante che si chiudono a V, con la punta verso la prua. Quando qualcuno si avvicina, le ante si schiudono verso fuori per far passare l’umano, ma finiscono per lasciar scappare le galline, che non perdono l’occasione per scorrazzare raminghe sulla nave. Cioè, sulla corriera. Sono galline con le penne color bronzo, che però vicino alla pelle sono bianche. Si narra che le penne di quelle galline valgano una fortuna, ma solo se sono strappate da una gallina in punto di morte, e ne puoi strappare solo una, come se lo spirito della gallina si trasferisse nella penna.
Ma ste stronze di galline sono vive e vegete, morente nessuna, e figurarsi se proprio io sono la persona giusta per metterle nello stato di cui sopra. Quindi le raccolgo, più o meno amorevolmente, e non senza qualche difficoltà le riporto verso la prua, dove la porta a V le chiude fuori.

Torno nel salone principale e trovo la Pigga con una sua vecchia amica (che in realtà ha la faccia di una mia vecchia collega, Francesca Qualcosa) e la Pigga le ha raccontato tutte le vicissitudini attraversate nella nostra vita insieme. L’amica, nonostante il racconto sia probabilmente durato ore, non sembra accoppata.

Viene ora di pranzo; non so come possa essere pranzo con tute quelle ore passate tra dentro, fuori, libri, galline, racconti e Biondine, ma forse siamo solo partiti molto presto al mattino. O forse è usanza che sulle corriere-navi-volanti si pranzi alle sei del pomeriggio.

Non so come, visto che la scena precedente era all’interno, ma adesso siamo tutti fuori. Raccolgo la Pigga e la Biondina, che nel frattempo si sono conosciute ed hanno proposto di pranzare entrambe con me; ci mettiamo nella coda (ressa?) davanti alle porte del salone da pranzo. E’ una ressa mai vista, mi ricorda un incubo davanti ai cancelli per il concerto di Sting a Verona nel 1988.

Questo non è un sogno: ricordo che c’era un caldo bestiale, la folla spingeva da tutte le direzioni, avevamo ancora 2 ore prima dell’apertura. Ho alzato un braccio in aria per dissipare un po’ di calore e non riuscivo più a rimetterlo dentro, la folla si era mangiata anche quel piccolo spazio.
Sono rimasto così piacevolmente colpito dall’esperienza che da allora la musica dal vivo non mi ha mai più visto.

Siamo in coda davanti alla sala da pranzo. Mal comune mezzo gaudio, mi dico. Quando aprono le porte, notiamo però che ci sono due tavoli già occupati; sono grandi tavoli rotondi con solo due persone in ognuno: in uno c’è un mio Zio con la moglie, nell’altro ci sono i miei amici, quelli di Volta e della sciata.
Sui tavoli ci sono dei piatti ovali da un metro e mezzo, stracolmi di fette di salame mantovano, quello del contadino; ai tavoli, appena notano la ressa, difendono il loro privilegio tirandosi giù mezze dozzine di fette di salame, non si sa mai che l’orda approdi e le faccia fuori. Vista dal loro punto di vista, la parola “orda” non rende nemmeno giustizia.

Io penso che le persone già sedute siano di prima classe e che quindi abbiano il diritto di sedersi prima degli altri. In realtà un cameriere mi rivela che non esiste nessuna classe; il sistema di sicurezza che protegge la sala prima di pranzo è efficientissimo, tuttavia se qualcuno è così astuto da riuscire ad eludere la sorveglianza ed insinuarsi, costoro rendono un grande servizio mostrando le falle di sicurezza che così possono venir corrette. Il premio, in cambio, è che possono restare in sala da pranzo anche se non è ancora aperta al pubblico.

Dopo pranzo tutti, e dico tutti, hanno pance rotonde e lo stuzzicadente che sbuca al lato della bocca. La Pigga è dentro con la Biondina e stanno entusiasticamente parlando di qualcosa, probabilmente di me: va bè, è un sogno, è ANTcentrico, è perdonabile.

Io esco, sempre sul ponte di tribordo (non ricordo un ponte a babordo, e d’altra parte è una corriera, quanto larga vuoi che sia?). Mi godo la brezza.
Un rombo crescente annuncia qualche evento non previsto. Penso a un iceberg. In aria? E se anche ci scontriamo cosa si fa? Si affonda? Voliamo, perdio! Vorrà dire che se proprio proprio atterriamo, andiamo in carrozzeria, una mano di vernice e poi si va.

Niente iceberg. Dal fondo del ponte, accompagnato dal rombo sinistro arriva Nerone su una biga trainata da sei cavalli apparentemente imbizzarriti. Vicino a me, un centurione romano sbuca dal nulla e si para in mezzo. E’ un uomo imponente e statuario, con addosso l’armatura leggera con tanto di elmo col pennello. L’unico particolare è che l’uomo è nero di pelle, ma è un sogno, in fondo.
L’uomo si para davanti alla biga, e con solo un cenno della mano calma i cavalli e ferma la biga. Nerone ringrazia, profondendosi in discorsi su come la Gloria di Roma sia stata Costruita su Uomini come il Centurione che lui aveva la Fortuna di, eccetera.
Poi il centurione con un altro gesto fa imbizzarrire i cavalli di nuovo, indirizzandoli stavolta verso la porta del salone.
Nerone è contrariato da questa decisione, non gli piacciono i saloni, penso.
E dev’essere vero perché non ringrazia più.

Quando la biga entra, scoppia un putiferio; apparentemente sono tutti molto incazzati con Nerone, e la Pigga più di tutti, tant’è vero che il forchettone da barbecue che gli trovano conficcato in bocca (che all’autopsia determinano essere il colpo mortale), è opera sua.

Nel sogno non arriveremo mai in Italia, la pressione interna mi ha convinto ad alzarmi ed a raggiungere il water senza por tempo in mezzo.
Così imparo a bere birra di sera.

E adesso una domanda: cosa vorrà dire?

Ciao
ANT :)

(*) La Pigga. Eh, la Pigga. La Pigga rappresenta la più importante storia dell’ammore di ANT quando era in Italia: senza nulla togliere alle altre persone che mi sono state vicine, questa non è una fidanzata bensì LA fidanzata. Una ragazza bella, dolce, innamorata ed allo stesso tempo dinamica e volitiva, anche molto complicata; la sua presenza ha creato una delle più difficili e intricate storie, una cosa che meriterebbe un romanzo ponderoso come quello che lei leggeva nel sogno; una cosa che vale la pena vivere e che se dicessero domattina ricominci, firmo.

Sempre per ‘Il Ponte’, articolo di settembre.
Post-postato e pre-datato :)

Parlerò di “tak for sidst”: se non sai già cos’è consiglio di leggere prima questo

Ai bambini buoni la dolce Euchessina..

“..e a quelli cattivi? Che spingano!” seguito da risate malefiche. Era il tormentone di noi ragazzini, quando ancora un “tormentone” non si sapeva cosa fosse. Come Cesare Ragazzi che si era messo in testa un’idea meravigliosa e prometteva capelli a tutte le palle da biliardo. Come il Metano ti dà una mano o Calimero, il pulcino nero. La Mucca Carolina, con quel ca-ca che allittera così rotondo, che tuttavia per avere i punti necessari per farla tua dovevi comprare un container di Formaggino Mio.
Ora, alzi la mano chi non ha mai fatto propria una delle frasi che seguono; che sia tra amici, in ufficio, in situazioni serie o facete. Non esiste sporco impossibile! Ma chi sono io? Babbo Natale?!. Abbiamo l’esclusiva!. La Coop sei tu, chi può darti di più. L’uomo Del Monte ha detto Sì! Per l’uomo che non deve chiedere… mai! Falqui, basta la parola (e daje coi lassativi). “E che, c’ho scritto Giocondo?!” successivamente variato nel “Jo Condor” della Ferrero, e c’è ancora qualcuno che lo dice sbagliato. “Sempre più in alto…” con Mike Bongiorno per Grappa Bocchino, e anche lì, mamma le allusioni. “Oh, è Lavazza. Più lo mandi giù e più ti tira su” sostituendo Lavazza con la cosa che stai bevendo o mangiando al momento. Il famigerato “Prevenire è meglio che curare”, sarebbe un dentifricio ma io sono sicuro di averlo usato in più di una riunione strategica col mio staff. “Io ce l’ho profumato”, l’alito ovviamente. “E la pancia non c’è più” (anche se è difficile, dopo aver mangiato un container di Formaggino Mio). “Fatto!” “Già fatto?!” dalla pubblicità delle siringhe Pic Indolor, l’uso si spreca tuttora. La RAI col suo “Di tutto. Di più.”. “Potevamo stupirvi con effetti speciali..” usato in più di una occasione, magari al termine di una presentazione, per ristabilire un contatto rilassato con la platea. Ed anche la campagna anti-AIDS “Se lo conosci, lo eviti. Se lo conosci, non ti uccide.” riferibile a qualunque situazione o anche a persone, ad esempio qualcuno con un grave problema di alitosi.
Se dici a un italiano che Pensi Positivo, o che Laura non c’è, se parli di Sapore di Sale o di Watussi e Abbronzatissima, se imprecando invochi la Maremma Maiala, se nomini uno Scarrafone o -per i meno giovani- un Sarchiapone, quello sa cosa intendi.

Ora, il discorso è. Come fai a spiegare queste cose a un danese? Nel sondaggio pubblicato su queste pagine qualche numero fa, appare chiaramente che la grande maggioranza degli italiani è qui per motivi sentimentali. Ed io faccio parte del gruppone, condivido la quotidianità con la mia vichingotta e talvolta mi imbatto in questo problema linguistico.
Ci sono parole o espressioni, che vengono spontanee e naturali, che potrebbero simboleggiare una situazione; sarebbero spontaneamente e naturalmente recepite da qualcuno con il tuo stesso patrimonio; se ti scappa qui invece, in qualche modo le devi spiegare. Se di fronte a una scelta obbligata parli di mangiare minestre o saltare finestre magari si capisce, tuttavia se sentenzi qualcosa tipo “enten så, eller Pomì”, ho i miei serissimi dubbi che funzioni.
Poi ce n’è una tutta da provare: qualcuno ti chiede se il capo che indossi è nuovo; prova a rispondere “nej, vaskede med Perlana”, e goditi con calma il festival delle fronti aggrottate. Ma non fare il bullo: è più o meno quanto era aggrottata la tua, e di sicuro la mia, la prima volta che ti hanno ringraziato senza apparente motivo, con il dubbio lacerante di aver fatto qualcosa che tuttavia non ricordi assolutamente: “tak for sidst”.

Qualche mese fa ho iniziato una collaborazione con il periodico in lingua italiana ‘Il Ponte’ distribuito in Danimarca.

Questo è l’articolo apparso sul numero di Marzo 2009.

Di fronte a connazionali decani di permanenza in Danimarca sono un pivello; abito qui da appena due anni. Eppure ho già le mie piccole nostalgie, quei minuscoli dettagli che, in un certo qual modo, ti mancano.

Esempio. La nebbia. Io abitavo in Val Padana, ex palude bonificata a forza dai Benedettini, dove la terra trasuda umidità. Un territorio piatto, un altipiano poderosamente svettante a 12 metri/slm nonostante sia a più di 100 km dal mare. La nebbia è un fenomeno ovvio, come il vento per i danesi: se non c’è, qualcosa non va.
Nelle malinconiche sere di tardo autunno ripensi alle nebbie nella piazza del paese in riva al grande fiume; i suoni sono attutiti, senti voci di persone che non puoi vedere ed i tuoi passi verso casa risuonano nel silenzio.

O gli afosi pomeriggi d’estate. Montale descriveva un’altra area, ma la poesia è la stessa. Dove il sole su quel muro è gagliardo, dove tutti i colori si stemperano in quel biancore mentre l’aria immobile dà l’impressione che tutto si sia fermato.

Ma si sa, la mente col passare del tempo seleziona solo i ricordi positivi. Siamo realisti: la nebbia triplica i tempi ogni volta che prendi l’auto, ammesso che non ci sia l’incidente. Che c’è sempre. Per non parlare della salute; migliaia di persone in un ambiente col 100% di umidità. Non è a caso che il Volume XXVI della “Enciclopedia Medica Ponderosa” titoli “Val Padana: dall’acciacco, al reuma, al camposanto”.

In estate ricordi silenzio. Aria immobile. Davvero non ricordi quel brusìo? No? Oh, la tua mente ha fatto un buon lavoro! Il brusìo è il IV Stormo Zanzare Tigri proveniente dalle Valli di Comacchio (FE) in assetto da combattimento. E quel tafano che ti ha appena punto è così grosso che i controllori di volo della Torre più vicina cercano di contattarlo “Cessna-237WY, sei troppo basso, riprendi quota!”.
E lo shock spezzò le belle memorie.

Dice Confucio: pianifichi il viaggio per tornare a riassaporare i ricordi? Porta l’Autan.

..vento che soffia in cima al grande pino..

Chi non si ricorda di questo canone, caposaldo corale che più o meno abbiamo cantato tutti nei gruppi giovanili. No? Vent fin, Vent du matin?

Va bè, fa niente.

Stamattina non era eccessivamente freddo, però c’era vento. E non molla. Non ancora.
Secondo i danesi “c’è vento”. Secondo me invece, dopo aver visto questo, penso che i Triestini con la storia della Bora si siano inventati tutto; hanno messo giù un paio di ventilatori dell’Ipercoop, quelli con la piantana, ed è finita lì.

Quando sei in casa le finestre ululano ad ogni raffica mentre se sei fuori, se ti si infila un refolo in qualche fessura, sei finito. Montezuma ti ha trovato e lanciato la sua Maledizione.

E già uscire di casa è un’avventura.
Puoi farlo, ma devi essere vestito come Mario Cipollini al Tour de France. Non appena c’è un vestito un po’ meno aderente vedi che si apre, fa vela, e ti ritrovano in Brasile. Sì, esatto, insieme con le foglie.

Sarà per questo che oggi pensavo che ci fosse un importante evento ciclistico in città.

Mah, uno dice. A loro piace così..
Ma no che non gli piace. Se potessero prenderebbero la Danimarca con baracca e burattini e la sposterebbero in mezzo al mediterraneo e un bel grazie e arrivederci Mare del Nord.

Mi definirei un “Meteopatico Strategico”. Mentre non me ne può fregare di meno se un giorno piove o c’è il sole, la mia sensazione riguardo alle stagioni incide sul mio umore in modo deciso.

Quando ero in italia mal sopportavo l’autunno; è una stagione che nonostante lo sforzo nello schierare colori e panorami suggestivi, in qualche modo ha sempre fallito nel suo piano segreto di piacermi. Mi ha sempre fatto tristezza il concetto di “morte della natura”; le foglie che cadono, che vanno a formare l’humus (parola carina per dire che imputridiscono in un marciume decompositorio umido e diselegante); quegli opportunisti degli uccelli che -se solo avessero un gomito- ti farebbero il gesto dell’ombrello nel migrare verso panorami con più palme; “la nebbia agli irti colli piovigginando sale”; e potrei continuare.
Per me è esattamente la sensazione opposta della primavera, stagione nella quale ogni giorno è grande festa e al mattino salti giù dal letto con l’agilità di un amante clandestino che sta per essere beccato in flagranza.

Ma bene o male l’autunno è preludio per l’inverno. E in inverno ci sono tante occasioni per sfangarsela: si va a sciare, c’è natale, un sacco di occasioni felici e, ultimo ma non meno importante, dal mio personalissimo punto di vista è una condizione da “mal comune, mezzo gaudio”. Ci siamo tutti su questa fredda barca. A parte quegli stronzetti degli uccelli.

Qui il problema non si pone, perché un giorno ti alzi e c’è il sole; poi, tempo di girarsi, e piove e tira vento in modo così insistentemente freddo che ti viene da associare spontaneamente le parole “Siberia” e “Club Med”. Ti vien voglia di precipitarti in aeroporto con l’allegra intenzione di mandare tutti affa e andare a svernare su una sdraio in Tundra.
Quello che non aiuta è che tra prima e dopo che ti sei girato non hai avuto tempo per metterti su maglioni e giubbotti. Per gente senza capillari come i danesi non c’è problema, se ne accorgono dopo un po’, ma per noi il problema c’è eccome. Aggiungi la seppur posata reticenza psicologica all’accettazione dell’evento (noooooooooooo! rivoglio l’estateeeee! voglio le mie magliette! i miei pantaloncini corti!). Risultato: Montezuma. Fisso.

Naturalmente non è che qui ci sono 3 mesi d’estate e 9 d’inverno: anche le mezze stagioni hanno la loro bella sfumatura. In primavera e autunno infatti fa solo freddo maiale mentre in inverno diventa freddo porco.

In ogni caso ci sono pro e contro nella situazione determinata da questa latitudine. Vediamoli.
Pro
- la natura non muore lentamente in un letto d’ospedale: PAM, un bell’infartino secco, le spoglie degli alberi (beh, le foglie) ci pensa il vento a portarsele a fare humus in Brasile, via il dente via il dolore;
- c’è meno tempo per il processo di ossidazione degli unici particolari in ferro della tua bicicletta; dal sole al ghiaccio in un istante: con l’arrivo del freddo la ruggine fa su il suo fagottino, bestemmia il dio delle Ossidazioni (mi veniva da scrivere “Ossiride” ma per fortuna mi sono trattenuto), e va a rifugiarsi al calduccio contro qualche bel termosifone;
- consumi molti meno abiti estivi;
Contro
- visto che sei l’unico meteopatico, “mal comune mezzo gaudio” non funziona;
- la piovosità danese media durante l’anno è poco meno del 50% (170gg/a). E si concentra in novembre. Grunt. Commenti?
- a disturbare la quiete ci sono ogni anno grosse cause governative intentate contro il Brasile con lo scopo di rimpatriare l’humus, mentre l’opinione pubblica si spacca tra “poveretti, lasciamoglielo” e “cara, che DVD guardiamo stasera”;
- sciare? what’s sciare? E soprattutto dove, visto che la “montagna” più alta è Møllehøj e si slancia alla bellezza di 170,86m/slm, e prima di misurare hanno pure aspettato che in cima passasse un grosso alce che andasse di corpo ispirato dall’altitudine, per guadagnare qualche centimetro prezioso.

Tra parentesi, c’è un’altra “montagna” di nome Yding Skovhøj che in realtà sarebbe più alta (172 metri e spiccioli) ma solo grazie ad un tumulo sepolcrale dell’età del bronzo che era stato collocato in cima da queste antiche popolazioni. Noi, nella nostra presunta onniscienza, crediamo che sti qua fossero dei buzzurri che si soffiavano il naso con due sassi, ed invece, oltre ad aver stabilito con ottima approssimazione (senza l’orologio digitale Casio con altimetro) che era uno dei punti più elevati, sono stati lungimiranti abbastanza per stabilire questo primato. Col chiaro intento che i loro pro-pro-pro nipoti del XX secolo potessero scannarsi a vicenda all’arma bianca su chi aveva il record di altitudine. Ma il record è stato cassato, considerando che un tumulo sepolcrale non è opera della natura. Senza il tumulo infatti misura 9 centimetri in meno di Møllehøj.

Poi ce n’è un’altra di nome Rytterknægten, che è in realtà il punto più alto in Danimarca: sarebbe 162 metri ma, con la scusa di onorare la visita di un Re (così nessuno poteva dire “ehi, l’avete fatto apposta”), ci hanno costruito sopra una torre di 12 metri, così per 4 metri dominano su tutta la nazione. E pensavano di poter dire: Møllehøj! Yding Skovhøj! CIKKEN CIKKEN! (la versione danese di cicca cicca).

Insolitamente, nessuno crede che quella torre sia opera della natura, ma loro continuavano a vantarsi indebitamente.

Allora dall’Istituto Geografico Danese hanno dovuto far partire una telefonata, di cui abbiamo una trascrizione. Sfortunatamente non è riportato il dialogo da parte del sindaco di Rytterknægten, in quanto dal suo ricevitore risultano solamente tintinnii di forchette sui piatti di strudel e brindisi con boccali di birra; in più si odono canti semi-indistinti, che i più esperti classificano apparentemente come varianti danesi dello “yodel”. In pratica la stessa cosa ma con in media un 37% in più di suoni gutturali.
Il Geologo danese:
- Pronto Signor Sindaco, salve. Ci spiace, dopo attenta considerazione abbiamo stabilito che nonostante gli artifizi la vostra montagna non è la più alta.
- No, guardi, è fuori discussione, non c’è geologo, scienziato o premio nobel che non vi dia torto marcio, e peloso tra l’altro.
- Sì, sì, d’accordo, la torre è fatta di legno, ed il legno è opera della natura, ma davvero non fa testo, ci dispiace.
- Sì, la ascolto.
- D’accordo, dimentichiamo la torre per un momento.
- Puntate ad insidiare record dolomitici. Bene, è ambizioso. Vorrei solo sapere come.
- Avete piantato una sequoia. Ottimo, ne riparliamo fra un paio di secoli allora. Tante cose e arrived..
- Prego!?
- Ah, a parte la sequoia avete un’arma segreta. E.. di cosa trattiamo?
- hmm..
- Sì, un giocatore di basket è indubbiamente un’opera della natura, una colossale opera della natura, lo ammetto, ma non capisco il nesso.
- Dunque, ricapitolando. Avete convocato i giocatori NBA dei “Los Angeles Lakers” e dei “Chicago Bulls” con la scusa di un torneo amichevole contro i “Rytterknægten Pistons”. Quindi? Continuo a non seguirla.
- Ah, adesso è più chiaro. I vostri animatori hanno organizzato la gara della piramide umana.
- Avete foto, filmati, telemetrie, triangolazioni da terra e dal satellite, tutto. Tuttavia purtroppo non credo che le altitudini raggiunte…
- Ah beh, compresi allenatori e riserve, allora questo cambia tutto.
- Capisco. Senta, vi faremo sapere. Ci mandi il materiale. Arrivederci.

CLIC

- (sigh)

In ogni caso, qualunque collina sia, tu scia da un dosso di neanche duecento metri e poi dimmi se non ti vengono du palle la terza volta che prendi lo skilift.
Quindi non ti resta altro da fare che tornare a casa e guardarti la differita dell’amichevole, con i “Rytterknægten Pistons” stabili a zero contro indistinte centinaia di punti da parte dei Lakers bendati, con mani e piedi legati, e subdolamente storditi dagli inni yodel della tifoseria locale.

..che facevano l’amore con la figlia del dottore.
Ma non c’è niente di porno, non è come la filastrocca. C’entra solo il dottore in questa storia.

Già di per sè la gestione del medico non è male.
Hai bisogno, chiami (o mandi una email) e prendi appuntamento dalla efficientissima signorina vichinga. Ti presenti, aspetti dai 5 ai 15 minuti, e il medico ti riceve, fine. Niente code nè salotto obbligato coi forzati che vanno a mettersi in coda con la speranza che oggi almeno il medico non debba uscire per una urgenza. O coi vecchietti da assecondare perché essendo in pensione non hanno niente da fare e vanno a mettersi in sala d’aspetto con la speranza di trovare acciacchi in comune con gli altri astanti ultra-ultra-N-enni e avere finalmente l’alibi per poter inveire in coro contro “il mianto” (amianto), o il catrame “dello sfalto” (asfalto), o le mezze stagioni, o i “conchiuter”, che indubbiamente rovinano tutti.

Dicevo. Mi mancano delle medicine che sono solito prendere.
La procedura normalmente è questa: io telefono o mando una mail, loro inseriscono la ricetta nel sistema (elettronico) che viene recapitata ad una farmacia di mia scelta (potrebbe anche non essere la solita), dove dopo 15-20 minuti posso passare a ritirare i farmaci.

Mi piace questa cosa, se non altro per il meccanismo in sè, per cui all’ambulatorio non vado mai.

Stavolta invece passavo lì davanti, e allora butto dentro la testa.
La vichinga si lamenta che è un po’ che non mi vede (solo da un punto di vista professionale, eh; bbona com’è, magari lo dicesse in un altro senso..) e sostiene che, visto che non c’è tanta gente, il medico vorrebbe vedermi. OK, le sparo un sorriso come se l’avesse detto nell’altro senso e dico: aspetto.
In 15 minuti sono dentro. Mi chiede come va la vita, mi scruta la faccia, mi guarda le orecchie, mi prova la pressione, mi osserva la lingua, mi mira all’occhio con uno strumento luminoso, procede con l’altro, fortunatamente si ferma prima di fare altre ispezioni più invasive, OK, tutto a posto.

Poi mi guarda con aria grave e fa: eh mi sa proprio che dobbiamo fare le analisi del sangue.

Prima che io possa dire OK non le ho mai fatte prima, dimmi in che centro analisi devo andare, in che giorno, a che ora, eccetera, mi ha già laccioemostatizzato, trafitto il braccio ed estratto due campioni.
Protesto, moderatamente, dicendo che ho già fatto colazione; risposta: il sistema si auto-tara sull’orario ed assume le alterazioni dovute a colazione, pranzo o cena. Non posso che tacere, e vedere il terzo campione che si riempie.
Mi tura la falla con un batuffolo di ovatta rigorosamente senza alcool (qui i batteri fetenti muoiono durante l’inverno, pare, e d’estate sono troppo occupati a fare picnic) e mi spedisce fuori senza cerimonie.

Due giorni dopo ricevo una email che dice clicca qui per vedere i risultati (*).
Clicco, i valori sono a posto, noto che i miei leucociti sono vicini al limite superiore ma niente di preoccupante visto che li ho sempre avuti alti, fatto. Stampo, giusto per essere sicuro di averli, visto che il link si autodistruggerà in 5.. 4.. 3.. 2..

Ah, dimenticavo. Il medico, che ovviamente riceve copia dei risultati, mi aveva detto che se per caso c’era qualcosa che voleva approfondire mi avrebbe scritto un’altra email con data e ora in cui andare in ambulatorio.

(*) Nota che comunque il sistema è sicuro e garantisce la tua privacy: nella mail che ricevi sul tuo indirizzo personale c’è un link da visitare che appunto scade dopo pochi giorni e dove per accedere devi immettere un dato che conosci solo tu. Semplice, razionale, efficace.

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OK io vivo qui e a me sembra normale ormai, ma voglio analizzare la cosa facendo una piccola comparazione a livello di burocrazia e di code.

Italia.

Vai dal medico (coda numero 1) per ottenere la ricetta per gli esami.

Levataccia per andare al centro prelievi, (coda numero 2), e di cattivo umore perché non hai neanche avuto la possibilità di bere un doveroso caffè. E sei circondato da gente nella stessa condizione, il che non rende l’esperienza positiva da un punto di vista sociologico. Sorrisi (?) nervosi, dietro ai quali c’è un malcelato sentimento di ostilità tutti-contro-tutti del tipo “ma sti coglioni stanno tutti male? perché cazzo sono venuti proprio stamattina” e cose così. Senza pensare che domani è uguale o forse è peggio.

E’ il tuo turno. La possibilità di trovare un macellaio che ti ravana nella vena durante il prelievo non è trascurabile, in più sono incazzati per la stessa levataccia, che loro poveretti fanno tutti i giorni. “Torni tra una settimana per ritirare i risultati”. Però almeno hai il batuffolo con l’alcool.

Dopo una settimana: coda numero 3, senza contare “dove” devi andare. Specifico meglio: devi andare tu, a prenderteli, e perdere tempo per questo.

Torna dal medico, dovrai pure farteli leggere, i risultati: coda numero 4.

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Ora, è così difficile?

La coda numero 1 non si può eliminare; non è che possono prendere il sangue dal cane del medico.

Ma le altre? Tre code spazzate via. E personale che può essere utilizzato per fare qualcosa di più produttivo, edificante, e meno noioso per loro, che distribuire risultati di esami.

Ah già, il vecchietto che non ha la posta elettronica. E’ il classico granello che inceppa il meccanismo. Che si fa? Ho un’idea! Glielo mandiamo a casa per posta!

Proprio perché è un vecchietto, non vorrai mica metterlo su un treno o un autobus, poi in coda, poi su un treno di nuovo verso casa, per prendere un banale pezzo di carta che un giovane e baldo postino può consegnarti comodamente nella cassetta postale. O no? Costerà di più qualche francobollo o un impiegato a tempo indeterminato allo sportello? (sì lo so che possono essere *migliaia* di francobolli; su questo aspetto commenti, e sono pronto a rispondere :))

E per le comunicazioni del medico nel caso in cui lui ti voglia vedere c’è sempre la vichinga, e il suo telefono.

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Medaglie e Rovesci.

Uno dice beh è il paradiso. Eh no.
La razionalità e la funzionalità stanno alla base di tutto. Questo comporta un costo non trascurabile.
Facciamo finta che stai male, ma non sei in pericolo di vita o non hai i sintomi di chi lo è. Magari ti succede di notte. Un mal di denti da urlo alla “fantozzi al campeggio”, un mal di testa deciso, un mal di pancia da “notte sul vaso”, un’unghia incarnita, un dolore mestruale, mal di quà mal di là, ma niente da far pensare neanche lontanamente che stai morendo. Oppure, peggio.. un certo dolore che ricordi un cugino di un fratello di un amico che lo aveva ed è morto (il giorno dopo, arrotato da una macchina).

Beh? Te-lo-tie-ni.
Puoi rovistare nell’armadietto alla ricerca di qualche residuo non scaduto di pain-killer, di palliativo, leggasi “aspirina”, ma medici di guardia e ambulanze te li scordi. Non provarci neanche ad andare al pronto soccorso: se non rantoli ti spediscono a casa senza neanche guardarti.

Facciamo invece l’esempio che sei in pericolo di vita, o che lo sei potenzialmente, ovvero hai tutti i presupposti per. O semplicemente che in qualche modo è grave e va preso in tempo.
Ambulanza, ospedale, medici a tua disposizione.
Come funziona? Facile. Perché non devono prendersi cura di tutti quelli che hanno l’unghia incarnita o un certo dolore che un cugino di un fratello bla bla.

Il rapporto che gli utenti hanno con il medico, in questi paesi, è quanto di più distante dal rapporto mamma (medico)/figlio piccolo (paziente): in questo modo si fa alla svelta a limitare l’ipocondria. Esempio:
Paziente: AIUTO!
Medico: Stai male?
P: Sì.
M: Sei in pericolo di vita?
P: Sono convinto di sì.
M: Vediamo. cosa senti?
P: Questo e questo e persino questo! Oddio dottore mi aiuti, sto morendo!
M: Capisco. Tuttavia da quel che vedo io no, non stai morendo. Anzi! Arrivederci.
P: …

E’ educativo. Alla fine ti stufi anche tu dei tuoi propri millantati acciacchi e pensi a goderti la vita, altroché :)

Di certo c’è una cosa. Non è un sistema per noi italiani, abituati ad avere il dottore-chioccia che ci prende sotto l’ala e che ci dà l’impressione che qualcuno si prenda cura di noi, scaricandoci dalla responsabilità dei nostri propri malanni; quello stesso qualcuno da incolpare ferocemente poi dopo, quando qualcosa va storto perché tanto avevamo la coscienza a posto ed abbiamo continuato a fare il porco comodo che ci pareva.
Molto spesso è questa la cura stessa: potrebbero darti amorevolmente gocce d’acqua fresca invece della Novalgina, il cosiddetto placebo, e tu italiano già ti senti meglio.

Nessuna meraviglia che il nostro popolo non sia, in genere, soddisfatto del servizio sanitario danese.

Questa è bella.
Sono stupito, ed il fatto è che non so se è -piacevolmente- stupito oppure se “piacevolmente” non c’azzecca proprio.

Dunque, la stagione estiva è arrivata e così i turisti.
Ed io sono già impegnatissimo a gestire gli ospiti “speciali”, come l’anno scorso, in attesa che inizino i tour nei quali farò da guida turistica.

L’agenzia per cui lavoro quest’anno è molto più grande e potente di quella dell’anno scorso, ed ai clienti danno molti più servizi rispetto all’altra.
Uno di questi è lo Steward per conferenze.

Ma veniamo agli accadimenti.

Prima comunicazione. Tre giorni fa, mi contatta la mia coordinatrice.

- C: c’è un servizio Steward full time per quattro giorni, lo vuoi prendere? Dai Dai Dai Dai Dai NonPuoiDireDiNo..

Io metto su un piatto della bilancia un servizio da due ore sabato e un tour che forse.. chissà.. lo danno al 10%.. da una parte.
E questo qua, con i suoi 4 giorni di superlavoro, sull’altro piatto, con la montagna di soldi (tutti guadagnati) correlata. Non c’è voluto più di un microsecondo per dire sì.

- Io: (dopo un microsecondo) Sì.
- C: GRANDE! Mi occupo io delle sostituzioni sui tuoi turni!
- Io: Però, se per caso succede che magari hai bisogno, se ci sono numerosi altri servizi tra sabato e domenica, non voglio lasciarti a piedi.
- C: non preoccuparti farò i salti mortali e troverò un italiano, va bene così, grazie grazie grazie clic
E non sospetto nulla.
Vengo tuttavia a sapere che si tratta della Conferenza Annuale Internazionale della Bayer per Infermiere. E’ già qualcosa.

Vengo anche a sapere che arrivano altri servizi per ospiti italiani tra sabato e domenica.

Seconda comunicazione.

- Io: Sei sicura, guarda che per fare lo Steward basta chiunque che sappia parlare inglese, noi italiani invece siamo pochi e..
- C: Smettila, sono sicura, ho già trovato qualcuno. clic

Puzza un po’, a questo punto. Lei è un tantino più cerimoniosa, di solito.

Terza comunicazione (con un’altra coordinatrice).

- Io: ciao senti a proposito di quel servizio ho un paio di dubbi, sei sicura che ci siano abbastanza assistenti italian..
- a/C: non preoccuparti è tutto a posto siamo coperti ciao. clic

Quarta comunicazione (con la mia C.)

- Io: senti non è che non voglia farlo, è solo per facilitarti le cose e..
- C: ottimo grazie apprezzo lo fai tu ciao. clic

Il dubbio cresce.
Perché, con tanti colleghi che ho che parlano inglese, vogliono così ostinatamente me che sono uno dei pochi che parlano anche italiano? Mi destreggio bene con le pratiche di imbarco/sbarco/gestione e organizzazione gruppi, ma non è che gli altri siano deficienti, sono capaci anche loro e anzi, più di uno è anche meglio di me.
hmm.. devo scoprire la verità..

Passo per l’ufficio con la scusa di prendere una cravatta marchiata di scorta (è obbligatoria in queste occasioni e sono sicuro che se ne hai una sola viene macchiata di caffè nei primi 5 minuti) e ne approfitto per appartarmi con un’altra coordinatrice (la terza) la quale dopo qualche maldestra e comunque inefficace resistenza, confessa.
E risulta che l’organizzazione della Conferenza Annuale Internazionale della Bayer per Infermiere, visto che i partecipanti sono rappresentanti del sesso femminile al 95%, ha richiesto es-pres-sa-men-te udite udite uno Steward maschio e di ottima presenza. Tra parentesi: hai capito, le infermiere porcelline?

Loro, le coordinatrici, si sono consultate ed hanno deciso unanimemente che dovevo essere io. Però, mi dice, per carità non dirlo agli altri che sennò poi fanno i gelosi.

Allora.
Nella mia vita me ne sono successe tante, ma quella di essere scelto non per quello che ho nella mia testa bensì per il mio corpo, giammai!

E mi è passata tutta la vita davanti.
Da quando adolescente sfigato e timido con occhiali e apparecchio per i denti non osavo neanche pensare di avvicinare le signorine, a quando un po’ più cresciuto ero più carino, sì, ma comunque nessuno mi ha mai proposto la copertina di Maxim. Anche adesso non sono proprio un brutto arnese, da quando vivo qui sono anche tornato al mio peso forma, ma dico.. gli altri devono proprio essere messi male se una congrega di coordinatrici elegge _me_ come la cosa più sexy dell’ufficio. E non parliamo di signore in età: io ho sempre fatto colpo più sulle mamme che sulle figlie, questo è vero, ma qui stiamo parlando di tre trentenni, per di più gnocche da combattimento tutte e tre, che sull’indicatore di sexytudine andrebbero a fondo scala. E non continuo che non si sa mai che ci siano dei bambini.
OK che loro sono fuori gioco essendo femmine, ma è solo per dire che non mi hanno scelto delle signore che apprezzavano il mio sorriso.

Comunque. Ho realizzato di essere diventato un oggetto.

L’Uomo-Oggetto.

Il Macho Scandinavo.

Il Danimarca Dream Man.

..Lo Scarrafone del Desiderio!

C’è tra voi qualche altro corpo mercificato che mi possa dare qualche suggerimento per superare il blocco psicologico?

PS E c’ho poco da protestare e dichiarare “l’utero è mio e me lo gestisco io”.. non ce l’ho, almeno che io sappia.

Qualche giorno fa siamo stati al compleanno del Tabbo (il babbo di Tabby).

E chi l’ha detto che i compleanni per bambini devono essere festeggiati di pomeriggio e quelli per adulti di sera? Infatti ci siamo incontrati a colazione. Non credo che il titolo lasciasse dubbi in proposito. E non “colazione” come certi nobili o parvenu chiamano il pranzo: proprio colazione colazione, “breakfast” se preferisci.

Alle 10 in punto, tutti a tavola.

Sappiamo tutti che gli inglesi la mattina mangiano il bacon, e vomitiamo se ci pensiamo a colazione, mentre affondiamo i denti in un bel bombolone farcito di crema, con una quantità di zucchero totale bastante per una decina di giorni. E domani ovviamente ne mangeremo un altro, tanto per metterci avanti.

Beh gli inglesi sono dei dilettanti.

Tra frittatine e uova strapazzate, salami prosciutti salsicce wurstel, salmone ed altre delizie, il bacon alla danese (ovvero pancetta affumicata fritta nel suo stesso grasso) tutto sommato faceva la parte del cibo dietetico. Ma non è finita, anzi, non è nemmeno iniziata. Non è che il cibo si mangia così. Sulla tavola figuravano piatti sontuosi con fette di pane tiepido sulle quali spalmare un dito di burro salato, al quale attingevi da uno dei tre mattoni sparsi sulla tavola (giusto perché fosse comodo raggiungerli). Il pane e burro era la base sulla quale appoggiare il resto. La quantità di Colesterolo implicata in tutta l’operazione ha fatto sì che venisse riservato un posto a tavola anche per lui, caso mai vista la massa prendesse coscienza di sè e volesse partecipare al festeggiamento.

Brocche da litro emmezzo di caffè si alternavano instancabilmente dalla cucina alla tavola, dove la macchina per il caffè danese gridava vendetta, mostrava il certificato che era stata costruita per produrre non più di 10 litri di caffè al giorno, e prometteva di marcare visita alla prima occasione.

E’ tradizione, a colazione, bersi anche un bicchierino di Gammel Dansk, che è una specie di amaro Petrus da non sorseggiare ma da buttare giù così, col motto “quello che resta, va sulla testa”. Quindi è meglio che nel bicchierino non ne resti. Non so che reazione chimica facciano burro, pancetta e Gammel Dansk, ma sicuramente appena passata la fase esplosiva della reazione ti senti pronto a ricominciare.

Per rispetto verso lo straniero (io) mi hanno esibito anche un piatto con delle brioches, o croissant, come vuoi chiamarli. Che non sono esattamente come i nostri. Sono un po’ salati pure questi, caso mai uno volesse tagliarli a metà, spalmarci del burro e aggiungere una fetta di salame o tre.

Mi stavo rimpinzando col resto e proprio delle brioches non me ne poteva fregare di meno, tuttavia non ho rifiutato sdegnosamente; semplicemente con la bocca piena e malcelando frammenti di pancetta nelle fauci ho detto di lasciarle lì che le avrei esaminate più tardi. Fanculo le brioches, pane e burro e tutto il resto erano troppo appetitosi per occupare spazio prezioso con un croissant.

Alle 11 circa pare che la frenesia del cibo sia finita. Pance rotonde denunziano la ormai limitata capacità ricettiva di qualunque cibo in qualunque forma. Neanche il Gammel Dansk poteva molto, a quel punto.

Tuttavia, il cibo accatastato lascia spazi liberi per qualcosa d’altro che riesca ad intrufolarsi negli interstizi. Tipicamente, un liquido.

Credo di aver scritto, in precedenza, che i genitori di Tabby abitano a Fakse (Faxe) che non è un omonimo del posto dove fanno la birra Faxe, no no, è _precisamente_ il posto dove fanno la birra Faxe. E dove, per il consumo nei luoghi limitrofi, ti sparano una bella birra senza conservanti che non ha niente a che vedere con quella che compri al supermercato, quella con scadenza 2012.

Ed ecco che alle 11.15 arriva la prima partita di birra ghiacciata sulla tavola. E non cala. Non perché la gente non la beva, ma perché la scorta viene costantemente rinfrescata.

Segue passeggiata di rito in giardino dove movimento, bollicine della birra e Gammel Dansk più fermentazioni varie hanno la possibilità di esprimersi al meglio, e tu hai la possibilità di essere all’aperto, che in certe circostanze è una gran cosa :)

Ore 13.30. Casomai ci fosse qualche budellino vuoto, arriva il pranzo. Oggettivamente avrei avuto spazio in tasca, nel marsupio, nello zainetto, ma non dentro di me. Ma il cibo era eccezionale e poi non puoi rifiutarti. Altra birra in arrivo. Scatta l’invidia nei confronti dei criceti.

Si sopravvive così fino a metà pomeriggio, quando decidiamo di congedarci.

Prima di andare mi lamento col babbo di Tabby per il fatto di non averci invitato a restare a cena. Proferisce inequivocabili parole di sfida. Non raccolgo e ci defiliamo prima che concretizzi le minacce infilando nel forno un arrosto di porco in crosta con patata letale.

Per la cronaca, il cibo nei due giorni successivi è stato opzionale.

Noi italiani qui abbiamo la vita facile sotto questo punto di vista.

Sarà la sindrome da “famolo strano”, sarà il fascino dell’esotico, sarà che le femmine danesi sono stanche dei maschi danesi e viceversa, in ogni caso noi mediterraneoni rubizzi, che comunque essendo italiani (e quindi nella UE) diamo l’impressione di essere appena più civilizzati rispetto al resto del bacino, riscuotiamo un discreto successo.

Tuttavia.

Per dare una mano alla buona sorte, è necessario avere il Kit. Il Kit non è una cosa che si compra, almeno non tutto. Ma per le cose che non puoi comprare, non è che se non ci nasci non puoi averlo: basta applicarsi.

Il Kit comprende:

1. Come già detto, saper cucinare italiano. Se non sai cucinare italiano, o se non sai neanche la differenza tra i due lati di una padella, corri ad iscriverti a un corso. Nel frattempo ti posso anticipare che il cibo va messo nella parte concava, perché se lo metti dall’altra tende dispettosamente a scivolare fuori.

2. Lo sguardo trombino. Anche questa è una cosa che si impara. Anche il più indolente occhio da pesce lesso lo può apprendere, è solo questione di disciplina e allenamento.

3. L’atteggiamento lievemente smarrito. La signorina danese non è, in genere, un pesciolino che tu metti l’amo e quella abbocca. Queste sono donne strutturalmente cazzute, autonome, che non hanno bisogno della protezione e sicurezza garantita dalla Agenzia Italian Stallion Inc. ove il maschio con voce stentorea proferisce “vieni, piccola, proprio qui, sotto la mia ala”. No No. Sbagliato. Sono abbastanza autonome da proteggerti loro invece, tu povero extra-unione-di-Kalmar bisognoso di ambientamento e conforto. Da qui la necessità di apparire lievemente, leggermente, moderatamente smarrito. E ci tengo a sottolineare gli ultimi aggettivi: lievemente, moderatamente, eccetera. Se ti metti a cantare “Mamma son tanto felice perché ritorni da me” o “Paese mio che stai sulla collina..” con lacrimone all’occhio, l’effetto viene vanificato perché vieni classificato come “boccia persa”.

4. L’aspetto pianificatamente e subdolamente trasandato. Barba di due giorni. Per precisare, trovare un maschio danese barbuto è difficile. Non perché si radano come pazzi tre volte al giorno, bensì perché la barba non c’è proprio, oppure è rappresentata da tre peli biondi facilmente estirpabili con pinzetta. I danesi con la barba vengono tutti assunti al Museo di Scienze Naturali, qualunque sia la loro preparazione professionale. Ogni tanto ne scompare qualcuno, e lo vieni a sapere solo perché mettono un nuovo annuncio di assunzione. Il dipendente mancante viene talvolta riconosciuto dai discendenti, decadi dopo, in una teca di qualche museo nell’altro emisfero sotto la voce di “danese con barba” e “non toccare per favore perché l’abbiamo pagato parecchio”. Per tornare a noi, la barba volutamente trascurata ha un bell’effetto. Ah per precisare: le altre cose sullo stile che “l’omo ha da puzzà” non vanno bene invece. Belli profumatini, belli vestitini (ma senza cravatta), tutti carini e sistematini. E barba di due giorni.

5. Romanticismo. Eh se i danesi maschi in generale sapessero essere galanti e romantici come lo siamo noi probabilmente i vichinghi avrebbero cambiato il corso della storia ben più di quanto non abbiano fatto in realtà. Certe volte mi ricordano il film “Balle Spaziali”, la terza versione del matrimonio: “Lo vuoi?” “Sì”. “La vuoi?” “Sì”. “Bene, sposati, bacio!”. Poco spazio per il romanticismo, il corteggiamento, mostrare le piume della coda: “sò un vichingo, te piaggio?” “Se!” “Annamo a letto allora và”. Noi ci lavoriamo di più, e a loro piace.

6. Programmi a breve. Romantici sì, ma parlare già della casa rosa di fronte al mare al tramonto con tante stanze per tanti bambini fa l’effetto bagno in mare in maggio su zona inguine di rappresentante maschile della specie umana. Leggasi: ritirata. Programmi a breve termine, volontà di costruire qualcosa va bene, dà più serietà che non il “si tromba stasera poi ciao”. Ma eccedere no.

7. Infine, la cosa più importante (dopo il punto 1), e questa è una delle cose che si possono comprare. Allora, non importa quale supporto usi per portarti in giro la musica: il car stereo con sud-woofer o il mega-radiolone da spalla o l’ipod o i surrogati di ipod marca Pakistan Electronics. DEVI avere con te Eros Ramazzotti e sciorinarlo appena possibile. La passione che lega la donna danese ad Eros Ramazzotti è qualcosa di insondabile. Io non sono il più sfegatato dei suoi fan; mi piace, ma la mia cultura musicale mi porta a considerarlo più un easy-listening che un reale, genuino, e rinnovato piacere ad ogni ascolto. Ebbene, qui se senti per radio una canzone straniera (non in inglese) 90% è di Eros Ramazzotti. Perfino gli uomini quando sentono alla radio una sua canzone corrono da me e mi dicono “ti prego dimmi cosa dice il testo”; e siccome per le ragioni succitate non conosco a memoria i testi, mi trovo in difficoltà.

In ogni caso: non capiscono cosa dice il testo; non sanno pronunciare il suo nome; non conoscono gli altri tesori della musica italiana; si tratta di canzoni piacevoli, ma come ce ne sono tante altre nel panorama musicale mondiale; eppure.. eppure si sciolgono come iceberg teletrasportati per sbaglio nel mar delle Antille.

Facciamo una cosa: in cambio dell’informazione che il punto 7 funziona, qualcuno mi spiega perché? Io non posso più fare ricerche poiché mi hanno finalmente consegnato la laurea ad honorem in sociologia, a patto che non svolgessi più nessuna indagine.

PS per Eros, nel caso passi qui sul blog. Eros, come minimo mi devi una cena. C’è una collega di Tabby che ti adora alla follia (e, come detto, non è l’unica) e mi ha chiesto di tradurle alcuni testi. Tuttavia era riluttante, perché aveva timore di scoprire l’orrida verità.

Infatti nella tua “Se bastasse una canzone” c’è quella parola, “canzone” che assomiglia dannatamente a “calzone”, che i danesi -grazie anche a Merdos Pizza (vedi articolo in archivio, gennaio 2007)- sanno benissimo cos’è.

Ebbene, mi ha confessato che ci ha messo tanto tempo prima di chiedermi la traduzione. Perché? Perché aveva una paura tremenda di scoprire che la tua canzone parlava di pizza, facendo così crollare il castello di esotico romanticismo che le tue parole in gran parte sconosciute trasmettevano. Se lo avesse traumaticamente appreso, avrebbe gettato i CD e smesso di ascoltarti. Ed invece ti ho salvato le chiappe, e lei e le sue amiche continueranno tranquille ed imperterrite a comprare i tuoi CD. No perché qui i CD si comprano, non si fanno copie pirata ;)

Che dici, non me la merito una cena? Chiamami, ti farò sapere il posto :)

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