Funnies


Sono stato in Italia per le vacanze pasquali, e per assaggiare un po’ di primavera che qui, nella propaggine meridionale del Polo Nord, arriverà. Con estrema calma.

E mi sono imbattuto come al solito nel comportamento stradale dell’italiano medio.

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Devo fare una premessa. Qui in Danimarca, quando circoli su strade ed autostrade, sei relativamente tranquillo: i sottosviluppati che eccedono i limiti di velocità o che infrangono clamorosamente le regole (creando peraltro situazioni di pericolo) ci sono anche qui, ma sono decisamente pochi; e sono pure fortunati, visto che la Pula si fa vedere poco in giro. Generalmente la passano liscia, ma una cosa è certa: non hanno l’approvazione o addirittura l’ammirazione da parte degli altri automobilisti. Ah certo che se li cagnano gli danno indietro la patente in un vasetto, così possono spargere le ceneri dove preferiscono.

Questo significa, per fare un esempio, che su un’autostrada con basso numero di corsie, se ti trovi nella condizione di essere in quella di destra e di avere un camion che viaggia più lentamente, se ti butti fuori in sorpasso nessuno di coloro che sopraggiungono si lamenta. Primo perché nessuno arriva a 190 all’ora, secondo perché nessuno pretende di avere il diritto assoluto sulla corsia sulla quale sta viaggiando. Anzi. Talvolta, vedendo la situazione, chi sopraggiunge rallenta spontaneamente per facilitarti l’uscita. E così fai anche tu quando sei nella loro condizione; perché la regola è: facilitare lo scorrimento del traffico.

Fantascienza? No, Danimarca. Vieni qui e guidaci per qualche migliaio di chilometri, poi mi sai dire.

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Italia. Esterno Giorno.

A22 Autostrada del Brennero, che mi sta riportando a casa.

Fila ordinata di camion sulla destra. Controllo che non arrivi nessuno, poi esco in sorpasso, accodandomi ai diversi altri (la fila di camion era consistente) lasciando tuttavia davanti a me la distanza di sicurezza che la prudenza mi suggerisce. Velocità media: 130 kmh.

Ed ecco che arriva da dietro il nostro protagonista, il Coglione con Patente di guida. Quello che dà il meglio per tenere alto il nome degli italiani nel campo del sottosviluppo.

Il quale Coglione, ovviamente, non apprezza la mia distanza di sicurezza, li vuole guadagnare quei micragnosi 67 metri, e si mette a venti centimetri dalla mia targa, cercando di farmi capire -tramite segnali morse con gli abbaglianti- che ha fretta, una dannata fretta, e che vuole sorpassarmi.

No way. In italiano: “non se ne parla proprio”. Per lasciarti passare dovrei rallentare, infilarmi in un buco, frenare, e sperare che vada bene. Ma neanche se tu fossi il Presidente della Repubblica in missione speciale. Ecco, magari se fossi un’ambulanza. Ma hai l’aria più da uno che dell’ambulanza potresti aver bisogno, che di uno che la guida.

La coda in corsia di sorpasso avanza lentamente, per lungo tempo, e il Coglione pare voglia mettere a prova il filamento in tungsteno delle lampadine dei suoi abbaglianti. Non è una questione di principio, lo lascerei passare volentieri, ma non ci sono le condizioni, per cui sto dove sono.

Finalmente la coda finisce e rientro in corsia normale. Il Coglione, per niente sollevato dal fatto che il suo strazio è finito e che finalmente può correre verso la Libertà dalle umane autostradali catene, strombazza pure, per farmi capire qualcosa che solo lui sa, ma che posso intuire: cioè che lui ha la macchina più grossa e quindi anche l’uccello è più grosso e che pertanto per rispetto per il suo grosso uccello dovevo gettarmi nel fosso. In pratica.

Fatto sta che il Coglione no è soddisfatto. Il Coglione DEVE farmi provare le infinite pene che io ho fatto provare a lui. E quindi si piazza davanti a me, rallentando, e cambiando corsia quando la cambiavo io, impedendomi di sorpassare o altro. Il Coglione tuttavia non sa che il motivo per cui io andavo a 130 kmh era solo per rispetto per chi veniva da dietro, e che la mia velocità di crociera stabilita alla partenza era ben più bassa. E’ chiaro che lo sta facendo apposta, non c’è nessun tipo di beneficio del dubbio in discussione. Per cui a quel punto esce la parte bastarda di me. Affinché il suo trucco funzioni mi deve stare davanti a poca distanza poiché, nella sua piccola immaginazione, se mi perde ho tempo per prendere la rincorsa e superarlo quando non mi può fermare. Ed io lentamente ma inesorabilmente rallento, costringendo anche lui a rallentare, a perdere un abisso di tempo, e a confermarmi in questo modo che non aveva nessuna fretta, bensì aveva bisogno di affermare il suo diritto ad avere la strada tutta per sè, una cosa che potenzialmente potrebbero reclamare altri 59.999.999 italiani.

Tra parentesi, se vuoi una strada tutta per te, puoi sempre andare in America su una di quelle strade in mezzo al deserto del Mohave, dove puoi correre finché vuoi senza che nessuno si azzardi ad attentare al tuo diritto di avere la strada per te. Almeno fino a quando spunta una pattuglia da dietro un cartellone pubblicitario, ed allora l’unico posto dove puoi svuotare il tuo vasetto con le ceneri è fuori dalla tua angusta cella, a Guantanamo.

Rallenta rallenta rallenta, mentre io e Tabby lo canzoniamo dicendogli di farsi una vita vera, quando siamo sotto i 100kmh il Coglione finalmente si stufa e va per la sua strada. Non farmi fare i calcoli di quanto tempo gli ho fatto perdere: sicuramente di più di quello che avrebbe guadagnato consumando i 67 metri e andando a titillare il paraurti di quello che stava davanti a me nella coda.

Seguono accadimenti stradali ordinari. Dopo il passo del Brennero niente più episodi, e questa coincidenza mi colpisce sempre molto.

Sono cose tristi, ma per il genere umano rimane la consolazione che, a rodersi il fegato sia prima che dopo, magari al Coglione è partito un embolo che sperabilmente ha lentamente raggiunto e leso qualche organo vitale, rafforzando così la teoria di Darwin sull’evoluzione della Specie.

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Con post come questo so che posso essere classificato come razzista.

Ma il fatto è che gli idioti e i sottosviluppati esistono, e meritano incondizionatamente tutto il rispetto che si deve a qualunque essere umano. Ma quei sottosviluppati che si credono di essere meglio degli altri, e per di più in funzione di questo pretendono di vanificarne i diritti, per me fanno parte della porzione da sacrificare nell’ottica di migliorare la media.

Una grande soddisfazione sarebbe che gentaglia come il Coglione, o come la Troia, leggessero il blog e si riconoscessero. Ma è chiedere troppo. Gente così non ha lo spessore; e poi credi cambierebbero? Credi direbbero “oh dannazione ha ragione, che stronzo/a sono stato, aspetta che cerco di migliorare”. Vano. Per fare autocritica serve un QI minimo.

Comunque sono a Casa, e per sei mesi di stronzi Coglioni alla guida non ne vedo.

Dalle rispettose Autostrade Danesi, lo Scarrafone passa e chiude :)

..ma prima che qualcuno si lamenti, vorrei specificare che generalizzare sarebbe ingiusto: si tratta dei cinesi che prestano servizio nelle aziende fornitrici di quella per cui lavoro.

Infatti, ci arrivano diversi container da parte di fornitori cinesi.

Uno dei più grossi problemi è che i contenuti dei container sono parecchio incasinati; nel senso che gli scatoloni contenenti articoli diversi sono mischiati tra loro; talvolta, se fragili, capita anche che siano rotti, eccetera. Ed è una cosa che va gestita in qualche modo, portando via tempo e risorse.

Spesso ci interroghiamo sul metodo utilizzato per riempire un container, visto che certi rimescolamenti di articoli sembrano fatti perversamente apposta, con lo scopo di rendere la vita più difficile ai ragazzi del magazzino che devono poi pazientemente rimettere in ordine.

A parziale spiegazione e risposta, illustro alcune note che ho ritrovato curiosando nei container sopradescritti.

Questo appare come un memorandum di procedure:

OdGc

Che, punto per punto, probabilmente significa:

OdG1
“Portando gli scatoloni non è ammesso camminare, ma solo correre come cretini con le braccia alzate, per mostrare efficienza”

OdG2
“Gli scatoloni vanno ammassati nel modo più incasinato possibile; è rigorosamente vietato rispettare le diciture “ALTO/FRAGILE” impresse sui cartoni”

OdG3
“Se non ti piace, nessuno ti obbliga a stare qui. Puoi scappare, ma sappi che fuori c’è il deserto coi cactus, vogliamo vedere quanto arrivi lontano. L’ultimo lo abbiamo pescato a neanche un chilometro.”

OdG4
“Adesso che sei rassegnato: china la testa e torna a lavorare a passi lunghi e ben distesi”

OdG5
“Ah, dimenticavo: stasera non si va a casa; per risparmiare tempo si dorme in piedi tra le scaffalature, così domani puoi lavorare un paio d’ore in più. E’ permesso appoggiare il cappello sul ripiano più alto”

OdG6
“Tutte le volte che incontri uno scatolone che nel codice ha il numero cinque (il 5 non lo sanno scrivere correttamente) devi prenderlo a calci o comunque danneggiarlo pesantemente, ma facendo in modo che non si capisca che siamo stati noi”

OdG7
“Se non seguirai tutte le regole qui elencate, ti schiacceremo sotto 3 pallet di graziosi ma poderosi portaceneri di granito”

Un’altra nota ritrovata, scritta a mano stavolta, è questa:
AC

E presumibilmente dice:
ac1
“Dunque io sono il capo (si notino le corna)”

“E sono molto preciso”

“Se c’è qualcuno che fa del casino qui” (è una casetta di ridotte dimensioni, degna di nota è la contrapposizione tra la seconda, ovvero l’ordine, e la terza, ovvero il casino indubitabile)

“Quelli siete voi (e presumibilmente qui il capo mostra il dito medio per enfatizzare)”

ac2
“Sette per dieci”

“FA 63?”

“MA DAI! PORCO..” (segue una bestemmia, probabilmente a Budda ma non è ben chiaro; l’unica cosa chiara è che trattasi di una bestemmia orribile)

ac3
“No,”

ac3
“perché,”

ac3
“..se vi distraete ancora vi strappo un braccio, una gamba e qualcos’altro”

ac3
“..per un totale di 3 tipi di arti diversi” e specifica “uno sopra, uno sotto, e uno in mezzo”

ac3
ed infine un’altro bel bestemmione rabbioso, sempre a Budda, pare. E ti credo, vorrei vedere te avere a che fare con della gente che fa sette per dieci = 63..

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C’è un particolare. Talvolta succede che di un tipo di articolo ci siano tutti gli scatoloni nel profondo del container, poi duemila tipi diversi, ed infine uno del primo tipo che si trova vicino alla porta, lontano da tutti gli altri.

Mistero.

Ed invece c’è una spiegazione semplice: ci sono in diversi a caricare un container, ed iniziano tutti con lo stesso codice; a un certo punto arriva un dragone cinese; il dragone è un buon ragazzo in fondo, vuole solo socializzare, ma i cinesi non lo sanno; pertanto uno dei lavoratori (quello che al momento si trova fuori dal container, lo vede, e realizza) si spaventa a morte e scappa nel deserto (senza mollare la scatola, ovviamente, sennò lo schiacciano sotto i portaceneri di granito). Quando torna, tutto escoriato e coi vestiti laceri (fuori ci sono pur sempre i cactus), gli altri hanno ormai quasi finito il container, per cui la scatola che lo sfortunato portava viene messa vicino alla porta, lontana da tutte le altre. Scoperto il mistero :)

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Ma la ricerca della verità è ancora lunga: quando troverò altre prove le pubblicherò :)

Avevo una strana sensazione.

Da giorni, da prima di Natale, continuavano ad arrivare nella posta questi cataloghi con scritto ACME, TNT o con altri nomi che piacerebbero a Wile E. Coyote.

Generalmente non sono molto interessato a questi periodici, che di solito contengono superofferte tipo “Compra 100 bottiglie di vino californiano a XX corone e stupisci i tuoi amici facendo loro capire che sei un intenditore” e cose così. Questi invece erano misteriosi. Ne apro uno. E ci trovo dentro ogni bendiddio esplosivo, è il paradiso del dinamitardo. Fuochi d’artificio in batterie da 2 a 50 kg e da 12 a 200 razzi. C’è anche qualche esplosivo e mina da terra, ma poca roba; la preferenza è per la roba che decolla. Poi ne guardo un’altro e vedo che la varietà è ancora migliore (eh, è ACME).

E allora mi informo timidamente in giro su come si pone il danese nei confronti dell’esplosivo. E scopro che sono malati. Di fronte a un chilo di tritolo perdono la razionalità e l’aplomb ed iniziano ad innescare acciarini, fiammiferi ed estraggono detonatori già pronti dalle tasche. No distinzione di classe o professione: dal giovane operaio al’anziano studioso di civiltà precolombiane, dagli in mano un razzo da 80mm di diametro e vedrai che trovano qualcosa che li accomuna.

Nell’area di Copenhagen le ostilità sono iniziate dopo Santo Stefano e non sono cessate fino a questa mattina alle sei, quando probabilmente sopraffatti dall’alcool e dal sottoscorta di esplosivi si sono tutti ritirati in buon ordine.

La notte scorsa, a mezzanotte, è stato l’apogeo: sembrava di essere a Beirut (per quelli che hanno la mia età) o per far capire anche ai più giovani diciamo a Baghdad: nuvole di fumo acre di polvere da sparo che si spandevano mollemente in mezzo alle case, le poche automobili private che andavano a passo d’uomo, fuochi d’artificio in qualunque direzione, non c’era un angolo di cielo buio. Relitti fumanti di bocche da fuoco e batterie esauste di razzi abbandonate in mezzo alle strade (ma non quelle dove passavano le corriere, per non interrompere il servizio pubblico: assatanati sì, ma con cognizione).

La fase intensiva non si conclude fino alle 2, e il tempo vola osservando la varietà e la bellezza dei fuochi tutt’attorno. Poi i colpi di mortaio e le gragnuole di mitraglietta si fanno sempre più rari, fino alla quiete completa di questa mattina. Tra l’altro mi assicurano che al calar della sera riprenderanno imperterriti.

Il primo pensiero che viene in mente è: con una diffusione e intensità tale di fuochi, ci sarà una lunga e triste tradizione di morti e feriti gravi, mani sbrindellate e occhi partiti.

E invece no. Stamattina guardo il giornale e vedo la fine della (triste) conta: in totale in tutta la nazione 6 feriti non gravi, nessun morto. Vero che siamo 5 milioni e mezzo e non 60 come in Italia, ma anche in proporzione il confronto non esiste.

E allora perché in Italia abbiamo morti, feriti, mutilati ogni anno e qui no?

Alcune ragioni, principalmente:

A) Tritolo legale: i fuochi d’artificio (quelli seri) sono legalizzati. Certo, c’è un limite nella quantità di polvere eccetera, ma quando hai dei fuochi d’artificio che salgono a 30-40 metri e non hanno niente da invidiare a quelli professionali, non ti servono razzi più potenti. A nessuno interessa che il proprio fuoco d’artificio raggiunga la luna. Visto che chiunque può comprare anche quelli veramente potenti, ci sono aziende che li producono, con professionalità e le massime norme di sicurezza; ed è estremamente raro che un razzo esploda o parta prima del previsto, o che rimanga inesploso. Che ti esploda nel baule della macchina mentre lo trasporti, è addirittura impossibile. In più, legalizzando, automaticamente sparisce la necessità che vengano prodotti in garage da Otto van Fetecchien (imparentato con Carmine ‘o Animalo). E in ogni caso il danese tipo non comprerebbe del materiale non certificato. Anche questo conta parecchio.

B) Sicurezza della persona: ho visto vari gruppi di persone operare su dei razzi giganteschi o innescare batterie di fuochi che nella semioscurità potevano essere scambiate per vitelli accovacciati. Come? Indossando sul vestito elegante gli occhiali da antinfortunistica, per esempio; e più d’uno anche i guanti appositi. Non sarà alla moda ma è utile. Poi: non tornando a verificare quando un razzo non parte, ma allontanandosi e avvertendo gli altri intorno che qualcosa non va. In pratica, maneggiando cose pericolose sì, ma ben consapevoli del pericolo. Ovviamente ci sono anche qui i deficienti che si sparano i razzi in faccia a vicenda, probabilmente sono quei 6 feriti di cui si parlava prima. E Darwin da queste parti potrebbe dirsi contento che la sua legge sulla selezione della specie funzioni come previsto.

C) La formazione: soprattutto i bambini vengono educati in questo senso. Non solo dalla famiglia ma dalle scuole, dalla televisione, dalle merendine, con ogni mezzo. Per evitare che stamattina, primo dell’anno, tante manine rimangano offese dai botti inesplosi ritrovati in giro.

Sono le 14. Tra poco calerà il buio.

In attesa che la guerriglia riprenda, Buon Anno dalla Danimarca!

PS giusto per chiarire: quando parlo di dinamite e tritolo, è solo per colorire il linguaggio. Sto parlando in realtà di polvere, e prodotti pirotecnici autorizzati per la libera vendita.

Vigilia di Natale, Natale, Santo Stefano; relax (ma non a tavola) nei giorni successivi per prepararsi alle fatiche dell’ultimo; quindi ultimo dell’anno, pranzo di capodanno (solo chi riesce ad alzarsi in tempo), epifania, più tutte le domeniche che ci stanno in mezzo; una maratona estenuante che, grazie a panettoni e zamponi o abbacchi e pastiere a seconda della latitudine, il tutto corollato da intingoli e budini farciti, aggiunge chili di grasso alle nostre già paffute pance.

Qui no.

Qui esiste l’Avvento. Cioè, l’attesa per la nascita di Cristo.

Ora, io personalmente non sono espertissimo di teologia, però so che l’Avvento esiste in tutte le religioni cristiane, ovvero cattolici, ortodossi, anglicani; e luterani, come la maggior parte dei danesi. Ma non sto discutendo di religione, bensì di come questo periodo viene vissuto.

Da noi l’Avvento nel senso religioso della parola è una cosa tranquilla, passa quasi inosservato inghiottiti come siamo dalle tremila cose al giorno da fare, più le additive 500 perché arriva Natale e dobbiamo comprare i regali e prenotare l’abbacchietto.

Quando scrivo che qui “esiste” l’Avvento voglio dire che l’attesa dell’evento è una cosa che investe tutti; anche chi non è propriamente legato alla religione vive e rispetta i tempi dell’Avvento, almeno come una tradizione.

Da un certo punto di vista non è sbagliato: l’attesa è bella in sè; è preparatoria e ti permette di arrivare a Natale pensandoci tutti i giorni: che tu sia credente o meno non arrivi a dire oh cazzo è Natale -dopodomani- per quindi correre a comprare regali litigandoti quell’ultimo pezzo disponibile con l’altro milione di persone che hanno fatto come te, avendo a che fare con commesse, poverine, ormai stanche per il periodo estenuante, in più isterizzate dal Santo Rush Finale, il Fotofinish Della Strenna.

In pratica correre, più del solito. E dimenticarti di cosa è effettivamente Natale.

Essere tutti -ma proprio tutti- in attesa aiuta: significa non avere tante occasioni per dimenticarselo, anche se la tua azienda non ha ancora raggiunto il budget annuale e impazziscono tutti come le formiche di una tana appena calpestata.

Intanto i regali di Natale sono fuori già a novembre, così ci si può programmare in largo anticipo un bel giorno di ferie e andare a comprare regali senza il “patè d’animo” del budget dell’azienda. OK, dovrai aspettare un mese o più prima di consegnarli, ma anche questo fa parte della logica, della tradizione, dello stato d’animo dell’attesa.

Poi c’è questa cosa del 24. Il Natale viene festeggiato il 24, tanto per cominciare. O meglio, tanto per finire. In particolare, l’Avvento parte la quarta domenica prima di Natale, quindi intorno al primo di dicembre. Tutti i giorni di Avvento sono giorni speciali, e le 4 domeniche sono domeniche _molto_ speciali.

Vendono e regalano calendari speciali con i giorni da 1 a 24 e grosse domeniche rosse, per aiutare a ricordare.

Vendono delle serie di candele, 24 pezzi, ognuna con in cima uno sciogliendo numero da 1 a 24, che vanno accese una per giorno. Più, naturalmente, candeloni stile dinamitardo per le domeniche.

Noi abbiamo un alberello di Natale con 4 portacandele, che si suppone debbano essere accese prima una, poi due, poi tre, ed infine quattro quando sei all’ultima domenica. Noi blasfemi, lo confesso, di solito le accendiamo tutte e quattro perché l’alberello è più carino così, tuttavia anche lui è stato pensato in questa logica :)

I bambini ricevono un regalino (piccolo, ma per rendere il giorno speciale) ogni giorno di Avvento. I più grandicelli ricevono un regalo, più sostanzioso, ma solo nelle domeniche.

Nelle scuole, i più piccini hanno dei regali pronti, in numero pari al numero degli scolari nella classe; ed ognuno di loro lo riceverà, al tasso però di una consegna di regalo al giorno; e gli altri, quel giorno, a bocca asciutta. Lo stracciamento di vesti che talvolta opera il piccino quando non è il suo turno fa pure parte di educazione all’attesa. In quest’ottica il più fortunato è quello che lo riceverà per ultimo; anche se ancora non lo sa e talvolta appunto dimostra sonoramente di non essere ancora al corrente :)

Esistono addirittura dei gratta e vinci con 24 caselle da grattare, una per giorno, più una per ogni domenica di Avvento. E c’è una pubblicità dove una bambina nel cuore della notte scende le scale, entra in salotto, cagna il babbo che sta grattando i giorni successivi e gli fa un cenno di disapprovazione.

Lo so che un gratta e vinci di per sè non può essere rappresentativo, ma è per dire che anche la cosa meno spiritualmente legata al Natale fa ordinatamente parte dell’attesa, come tutto il resto.

Poi, dopo il 24, game over. Natale è andato e si volta pagina. Comunque coraggio, al prossimo Natale mancano solo 11 mesi invece che 12!

Non resta che prepararsi alle gradazioni alcooliche del party dell’ultimo dell’anno :)

Il Danese è una lingua strana. Ne ho già parlato; il ceppo è prevalentemente anglo-germanico, ma tante parole del vocabolario vengono dal latino. Ci sono parole che assomigliano molto a parole inglesi o tedesche e per niente a quelle italiane, e parole che assomigliano molto a parole italiane e per niente a quelle altre. Un minuscolo compendio:

- Inglese
Kan = Can (nel senso del verbo, non di lattina)
Fyret = Fired (licenziato)
ny = new (nuovo) in questo caso non si assomigliano nella scrittura ma nella pronuncia sono as-so-lu-ta-men-te identiche

- Italiano
Otte = Otto (8)
Flaske = Fiasco (bottiglia in generale)
Gratis = Gratis
Cirka = Circa

Da questo ragionamento verrebbe spontaneo pensare che le parole:
- O assomigliano a quelle inglesi/tedesche
- O assomigliano a quelle italiane/latine
- Oppure sono parole a sè stanti come naturalmente ogni lingua ha, come ad esempio omgivelser o hyggeligt; le quali, più che stimolare ragionamenti etimologici, a dispetto del significato assolutamente innocuo (e anche confortevole come nel caso di hyggeligt), stimolano il basso ventre, impedendo ogni ulteriore ragionamento razionale.

Intendo che si tende ad escludere che ci siano trabocchetti, come i “falsi amici” in inglese tipo “cold” che vuol dire “freddo” e non “caldo”, oppure “dent” che vuol dire “ammaccatura” e non “dente”. Non so se mi sono spiegato.
In pratica: sembra tutto chiaro!

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Andando in giro per Copenhagen ci sono, come in tutto il resto del mondo, i cartelli pubblicitari che reclamizzano i nuovi film in uscita.

Diversi film sono di produzione danese e quindi non esattamente conosciuti: se vedessi un cartellone che parla di Mission Impossible col faccione di Tommaso Crociera capirei di cosa si tratta; ma per i film danesi, anche avendo a disposizione l’immagine, il titolo e gli attori, non riesco comunque a capire il genere.

Ne vedo uno.
Gente seria nell’immagine.
Dimènticati di capire il significato del titolo.
Gli attori hanno nomi che in confronto “Olaf il Vichingo” sembra che venga dalla Valtrompia.

Dopo il titolo però c’è una scritta: –>”I Biograferne”<–.

Sembra un sottotitolo, tipo titolo: “Giulietta e Romeo” sottotitolo: “Una Storia d’Amore”, non so se mi spiego. Bello, una cosa che ti prende dentro.

Fantastico, dico, non ho capito un cazzo del resto ma ho un indizio: è un film biografico.

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Due settimane dopo vedo un altro film reclamizzato: come al solito attori e titolo ignoti, ma anche qui gente seria nell’immagine, aria drammatica, e di nuovo sotto il titolo la scritta “I Biograferne”.

Sono così certo della mia supposizione linguistica che parto con delle considerazioni e dico azzo però sti danesi, appassionati di biografie; sembrano oltretutto film introspettivi tipo Allen, Bergman; bella cosa che il cinema danese produca tante pellicole di questo tipo; indice di profondità dei registi ma anche del pubblico; e il fatto che li proiettino nei multisala indica che ci va tanta gente, bravi!

E parto per la tangente con delle considerazioni sociologiche, come al solito. D’altra parte la laurea ad honorem in sociologia dovrebbe essere in arrivo, per cui i miei sforzi sono giustificati.

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Dopo una settimana esce un altro film, altri cartelloni. Dal titolo ancora nessun indizio, ma l’immagine parla chiaro: è un film del genere idiotello, non so, tipo “vacanze di natale” (con buona pace di quelli che si fanno due ore di coda in cinema gremiti e odorosi di ascella per vederlo ogni anno).

Sotto il titolo c’è scritto di nuovo, decisamente più grosso stavolta, “I Biograferne”.

Dunque: Bergman non sembra proprio; e l’umorismo di Allen è lontano anni luce.
Le mie convinzioni linguistiche stavolta cominciano a vacillare, e pur rifiutandomi di lasciare che vacillino anche tutte quelle belle-e-ordinate considerazioni sociologiche di cui sopra, mi decido.

Mi decido a chiedere cosa vuol dire.

E scopro l’orrenda verità: vuol dire, banalmente, ottusamente, fottutamente: “Nei Cinema”.

Ma va a caghèr..

Probabilmente sei troppo giovane per ricordarti del famoso B-movie “Anche gli angeli mangiano fagioli” con Bud Spencer e Terence Hill, di quegli spaghetti western dove finivano sempre a scazzottarsi. Beh il titolo si ispira a quello.

Copenhagen, esterno giorno.

Viuzza laterale piuttosto vicina al centro città.

Cammino. Incrocio una ragazza che porta a spasso un alano da un metro e quaranta al garrese, che chiamare vitello sarebbe come dare del pigmeo a un watusso.

Guardo meglio. La ragazza, non il cane.

E’ bellissima. Di una bellezza che lascia senza fiato, voglio dire. Bionda, occhio azzurro chiaro con un taglio stupendo, un viso perfetto. E il classico, nordico, banale (per loro), nasino all’insù. Beh, grazie al cazzo, qui per trovare una col canappione devi mettere un annuncio sul giornale a massima tiratura, e poi non è detto che la trovi.

Un incanto, insomma. Un sogno.

Per finire, attaccato sotto (tramite il collo) c’è un corpo da urlo. Da tanto che è bella, non ispira neanche sesso, per intenderci: è troppo perfetta.

Un Angelo.

Ostento indifferenza ma non riesco a distogliere lo sguardo, sono come pietrificato. Mantengo a fatica il controllo della mandibola per evitare che cada di peso, slogandosi.

A un certo punto succede qualcosa: l’Angelo col vitello al guinzaglio tossisce, una bella tosse grassa da fumatore incallito. Dopo l’emissione di fastidiosi rumori preparatori, di quelli che non è raro udire nei pressi del Bar dei Vecchi (*), spara giù dal marciapiede uno sputazzo dai colori autunnali che atterra con fragore.

Continuo a camminare, asserendo a me stesso nel misero tentativo di autoconvincermi “nah, dai, era un Angelo.. impossibile.. vero è che non ho mai visto un Angelo con un vitello, ma vero è anche che non ho mai visto un Angelo senza.. però lo era, ne sono sicuro.. ma sì, dai, cosa vado a pensare, il mio problema è che guardo troppi film ambientati nei Bar dei Vecchi..”

(*) non puoi dire che non sai cos’è, perché in Italia c’è un Bar dei Vecchi in ogni paese e in ogni contrada: quel bar dalle luci squallide dove si trovano, fumano (fumavano, prima di Sirchia), giocano a carte, bestemmiano, schiamazzano, bevono un piccolino di bianco e ricominciano giorno dopo giorno, ogni volta contandosi per vedere chi manca dal giorno prima.

Non tanto tempo fa un conoscente scriveva della Trusty Box nella classifica “i 10 motivi per cui rimango in Danimarca”, ed è stata una motivazione che ho apprezzato molto, non avendo purtuttavia mai visto coi miei occhi.

Cos’è la Trusty Box? Letteralmente è “la scatolina della fiducia”.

Ovvero, semplificare le cose.

In un ambiente tipo un ufficio o una fabbrica, o una scuola, o dovunque ci sia una comunità di gente che s’incontra, spesso il danese mette dei beni a disposizione insieme a una vaschetta (o scatolotto, o barattolo di piselli vuoto, quello che vuoi) che diventa la Trusty Box; tu prendi un bene, cacci la lira, e vissero tutti felici e contenti. Altro che macchinette supertecnologiche blindate come Fort Knox con controllo della rétina e chiave a transponder per succhiarti un euro a caffè o due a merendina con la certezza che neanche Mandrake ce la fa a fregare qualcosa.

Dove lavoro, c’è una sala ristoro, ed è un posto frequentato da gente di ogni genere: dipendenti sì, la maggior parte, ma anche esterni, gente che vedi una volta, gente di cui noi italiani -prevenuti- non ci fideremmo troppo. Nella sala ristoro c’è una Trusty Box.

Ed è una cesta piena di ognibendiddio: tavolette di cioccolata, sacchetti (sic! sacchetti!) di caramelle così pieni che la plastica è tesa, barrette energizzanti. E un foglio scritto a penna recita “7KR” che vuol dire 7 corone, meno di un euro. Tu prendi la barretta di cioccolata dadueettiemmezzo o il sacchetto che scoppia di caramelle e cacci le 7 corone nella vaschetta. Poi ogni tanto l’addetto svuota la vaschetta e va a ricomprare i beni dove costano poco.

Siccome è una cosa che fa piacere e costa poco, parecchia gente smolla la lira e si abboffa con la barretta; e la Trusty Box spesso gronda di soldi. Uno dice, aspetto che nel posto non ci sia nessuno e poi mi frego la Trusty Box e pure le cioccolate, le barrette energizzanti, le caramelle sperando che non esplodano, e tanti saluti.

Macchè.

Non succede.

Neanche i presunti tipi loschi lo fanno.

Perché? Perché è sbagliato :)

Evviva i danesi e la loro franca ingenuità. Spero davvero che nessuno stronzo venga a corrompere questa cosa bellissima che è la fiducia che la gente ha nel prossimo.

..le piccole soddisfazioni, cosa avevi capito? ;)

Nel posto dove lavoro adesso si fanno degli orari un po’ porci, nel senso che si inizia alle sette di mattina, però alle tre di pomeriggio sei fuori. Al mattino quando la sveglia suona non ci vuoi credere, però non si può dire che sia una brutta cosa se consideri l’uscita.

Poi, durante l’orario di lavoro devo dire che ci si diverte, perché la gente ha voglia di divertirsi mentre lavora: ed hanno ragione, sennò se ti rompi le palle non viene mai sera (beh, diciamo pomeriggio). Tanti sono pazzi da legare, ma così ci si diverte anche di più.

Il venerdì inoltre è un giorno speciale.

Intanto al mattino c’è un intervallo di mezz’ora con mega-colazione offerta dalla ditta. Intanto.

Non tutto tutto è offerto a dire il vero: se vuoi il super bombolone con tripla farcitura contemporanea (marmellata, insalata russa e salsa di salame) devi cacciare qualche soldino (mica tanti, a dire il vero, non ti compri neanche la brioche del giorno prima che il barista ti lascia a buon prezzo pur di liberarsene). Per il resto caffè, tè, latte, pane, burro, marmellata, biscotti, sono a disposizione dei dipendenti.

Poi si esce alle due invece che alle tre e anche questo rende il giorno speciale.

Ma la chicca è questa: alle 13:40 circa passano e dicono di mettere via tutto e di prepararsi. Perché?

Perché dalle 13:45 alle 14:00 si festeggia il weekend entrante bevendo birra, anche questa offerta dalla casa.

Non sono soddisfazioni?

PS: per i danesi l’insalata russa si chiama insalata italiana. E già questo un po’ disorienta. Poi con mia sorpresa ho scoperto che per loro esiste anche l’insalata russa. Che però è una variante dell’insalata italiana danese, ovvero l’insalata russa italiana, con dentro le rape rosse sminuzzate, che la rendono, appunto, rossa –> russa –> CCCP!

Qualche giorno fa, girando per il centro a piedi, ho avuto una strana sensazione. Sai quelle cose che non puoi descrivere ma che accendono dei campanellini nella testa. Sulle prime non ci ho badato, ma con un po’ di ritardo i campanellini hanno attirato la mia attenzione e ho realizzato. Erano suoni insistenti di clacson.

Devo aprire una piccola parentesi.

Il traffico di città, a Copenhagen, è estremamente quieto. Intanto ci sono decisamente poche automobili private, e comunque il rumore più irritante che si può sentire è una macchina che sgomma al semaforo, ma spesso trattasi di turchi con VW Passat modello 1976, ribassato, alettonato, minigonnato e cerchiinlegato, che non hanno capito che per orizzontalizzare le danesine non bisogna sgommare ma saper cucinare italiano.

Ogni tanto capita di sentire un colpo di clacson, e dico “un colpo”, intendendo una frazione di secondo, e probabilmente chi ha premuto il centro del volante non è stato un Danese, per i seguenti motivi:
1) i Danesi sono refrattari all’uso del clacson in generale. Quando chi ti precede è un impedito, attendi con pazienza e senza sonore bestemmie, con la rassegnazione di chi ne sa molto di filosofia Zen. Proprio non ci pensi: è il destino, e alla prossima svolta andrà meglio.
2) sulla strada, il rispetto del codice è degno di nota, e la volontà di agevolare il traffico travalica anche la tua fretta dannata di arrivare. In pratica, diciamocelo, manca la materia prima: non c’è nessuno a cui suonare.

Chiusa parentesi.

Ebbene, sento suoni insistenti di clacson; principalmente uno, e poi tanti altri nel coro.
Impossibile, dico fra me e me. La barbara usanza di attaccarsi al clacson ai matrimoni è una cosa che non può aver attecchito anche qui.
Cerco qualche segno nel traffico che possa spiegare.
Che ne so, qualcuno che ha parcheggiato l’auto di traverso nel centro di un collettore a tre corsie, qualcosa insomma di veramente serio.

Poi lo vedo.

Un camion, del tipo grande ma senza rimorchio, telonato con sponde; i teloni sono avvolti e lasciano scoperti i lati e il retro. Cartelli grandi come lenzuola (aspetta, SONO lenzuola) con scritto “FRI” campeggiano sui lati.
Ecce Sonatore.
E dietro, sul cassone, una masnada di giovinastri che schiamazza. Taluni addirittura con megafono.
Le sponde sono indispensabili, e capiremo presto perché.

Io invece non capisco ancora. Vedo questo camion passare, l’autista che col clacson intona un rap, i giovinastri schiamazzanti salutano auto, pedoni e ciclisti dicendo cose irriferibili (non perché sono brutte ma perché non le capisco), tutti sorridono e salutano di ritorno con trasporto.

Mi adeguo.

Al prossimo incrocio ne vedi un altro, e un altro, e quando i camion stracolmi si incontrano fra di loro come spettacolo è ancora più divertente.

Le automobili che il camion incontra suonano allegramente il clacson in risposta e poi proseguono sulla loro strada, felici di aver finalmente usato un dispositivo che è montato di serie ma che generalmente gli sfasciacarrozze, dopo una lucidatina, rivendono come “non usato” ai costruttori.

Un grosso punto interrogativo sulla mia testa rimane, tuttavia.

Arrivo a casa e chiedo a Tabby di spiegarmi cosa ho appena visto. Spiegazione.

Succede che alla fine di un corso di studi di 10 anni, prima del ginnasio, gli studenti affittano un camion, ci attaccano gli striscioni con la scritta “FRI” (free, ovvero “liberi!”) imbarcano una cassa di birra perché non si sa mai, e partono dalla scuola girando per le strade di Copenhagen.
Destinazione: le case di ognuno di loro. Dove si fermano una ventina di minuti, mangiano, bevono, imbarcano un’altra cassa di birra perché non si sa mai, e poi via a casa del prossimo.

Non avevo bisogno che Tabby mi raccontasse di quando lo ha fatto lei per capire perché, soprattutto verso sera, le sponde del camion siano quantomai utili.

I Danesi hanno un rispetto quasi assoluto per le regole; ma quando ci sono tradizioni come queste, vengono rispettate con la stessa assolutezza. Mancava poco e anche le macchine della polizia suonavano il clacson..

Dunque ho fatto la maionese fatta in casa. Anche perché dai rifiuti (diciamo da quel che resta) della maionese salta fuori il tortino di chiari d’uovo (quello vero!) al quale aggiungo qualche pinolo che Tabby gradisce particolarmente.
Siccome le uova scadevano ne ho usate diverse, e di maionese ne è saltata fuori un bel po’. Tuttavia abboffarsi di pane fatto in casa e maionese va bene una volta, ma poi diventa noioso e antiestetico. Per cui DING idea, faccio il vitello tonnato.

Ho comprato mezzo girello, l’ho legato, lessato con tutti i crismi (no, non con i “Crismi”: con carote, cipolla, sedano, ecc), affettato sottile sottile, macinato fini fini fini tonno capperi e acciughe, unita parte della maionese, stese le fette, coperto il tutto, fatto riposare. Finito.

Arriva il momento. Tabby non ha idea di cosa sia.

La faccio sedere, servo il vino appropriato, porto in tavola il piatto coperto, e con gesto teatrale tolgo il coperchio e dico in similfrancese macheronico “et voilà, Mademoiselle: le vitèl tonnée!”

Lei esibisce una faccia diffidente e fa “cos’è?”

Io dico eh beh una ricetta, un piatto freddo delizioso, perfetto per l’estate. Le Vitèeeel Tonnéeee!

Lei fa “cosa c’è dentro?”

Elenco i componenti, sicuro che da gente che mangia aringhe crude a pranzo e cena e pane e salame o pancetta cruda al mattino presto col caffè, non sarebbe arrivata nessuna obiezione.

Risultato: faccia scettica. “Vitello con il tonno? Carne e pesce insieme? Lo sai che mi piace come cucini, ma mi sembra azzardato. Comunque mi fido e ci provo”.

Prende un pezzo piccolo, giusto perché così se non le piace almeno non si butta via. Prova ad assaggiarlo. Nel frattempo suona il timer in cucina e vado a spegnerlo. Quando torno, 30 secondi dopo, sento dei suoni che se non fossimo in Danimarca, e in un’epoca diversa, avrei pensato al Tumulto dei Ciompi (*). In più Tabby ha il piatto pieno, e le guance così gonfie che per dirmi “è buono” pronuncia “HM BOFO”.

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Ecco la soluzione per pacificare il mondo! La cucina italiana!

Gli americani mangiano delle schifezze, per questo devono andare in giro a fare guerre per “convincere” la gente. Se fosse stato per noi, in Iraq, non c’era mica bisogno di bombardare. Si faceva una bella spaghettata aiooio, sui secondi si stava attenti e si glissava sulle costine di maiale e la spalla cotta (non molto amati dagli islamici), un bel dolce ipercalorico della nonna, vero caffè e grappino veneto, e vedevi che le cose si sistemavano. Tutt’al più ci sarebbe stata qualche vittima tra i civili per via dell’inaspettato eccesso di colesterolo che avrebbe fatto scoppiare qualche arteria inadeguata, ma trascurabile rispetto al casino che hanno fatto quelli che credono che andare da McDonalds rappresenti veramente un pasto.

E dopo questo mi danno il Nobel per la Pace.. :)

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(*) Il Tumulto dei Ciompi, che trovi descritto su wikipedia, non ha niente a che fare con tutto questo, però è bella l’assonanza tra questo evento e il “chomp chomp”, che i fumetti ci hanno insegnato essere il suono di chi mangia con gusto.

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