Serious


Aprile, tempo di dichiarazione dei redditi.

Non so come sia oggi la situazione per il lavoratore dipendente in Italia, ma se non sbaglio c’era quel modulo che ti veniva consegnato dal datore di lavoro che poi dovevi pensare tu ad integrare ed inoltrare. CUD? Massì, il CUD.

Qui no, non lo devi fare; indipendentemente dal fatto se sei dipendente o autonomo, l’ufficio delle tasse ti manda il tuo estratto conto, dicendoti se sei a debito o a credito.

Se sei a debito, vai sul sito e paghi con la VISA o altro metodo a te più congeniale.
Se sei a credito, appena possibile ti fanno un bonifico sul conto corrente bancario.

Se non ricordo male, invece, in Italia la sollecitudine ha due pesi e due misure, a seconda del caso; se sei a debito devi correre a pagare; se sei a credito puoi -a tuo carico- fare domanda di liquidazione, che ti arriverà con molta calma; oppure puoi decidere di tenerli lì nel caso l’anno prossimo tu sia a debito, dove farai il conguaglio e poi si vede chi deve cosa a chi. E nel frattempo i tuoi soldi fanno caldo nelle tasche di qualcun altro. D’altra parte, se sei stato così coglione da pagare di più, non sarà mica colpa di chi li ha presi.. e ringrazia che non ti fanno pagare per il lavoro extra di conservare i tuoi soldi per qualche mese/anno.

Qui sotto si trova parte del mio “estratto conto” tasse per il 2009:

Tasse 2009

(cliccaci sopra per vederlo)

Dunque, l’azienda per cui lavoro ha versato troppo, per cui ero a credito di 2987,52 corone danesi (circa 400 euro) .

L’ufficio delle tasse mi ha comunicato che me le renderanno appena possibile, facendomi appunto un bonifico. Ma siccome loro sono stati indebitamente in possesso di soldi che appartenevano legittimamente a me, ovviamente me li restituiscono aggiungendo gli interessi. 0,6% che non è un granché ma è sempre meglio di quel che ti danno certe banche. Ho scritto “ovviamente” ma certe cose che dovrebbero essere effettivamente normali e dovute, per come siamo stati abituati nella nostra patria di origine mi stupiscono ancora.

Totale: 3005,00 corone. Poffarre, hanno fatto un arrotondamento di 44 centesimi -a mio danno-! Ma, sono certo, troveranno il modo di ridarmeli l’anno prossimo. Sono meno di 6 eurocent, posso sopravvivere senza.

Non ho altro da dire su questo argomento (Forrest Gump)

Sì, ho letto del “Massacro alle Faroe Islands”.

L’anno scorso, circa in questo periodo.

Un casino.
In tutto il mondo, tutti con una incazzatura a mille per le povere balene-delfino che vengono massacrate in questa lontana provincia danese.
E tutti ad appellarsi alla Regina Margrethe II di Danimarca affinché fermi lo scempio. Senza sapere che le Faroe sono autonome e la Regina nulla può nei loro confronti.

Il fattaccio: massacro alle Faroe Island, mare rosso sangue!
I Fatti: alle Faroe Island in un giorno particolare dell’anno cacciano delle balene delfino (di una specie non protetta perché largamente entro i limiti del pericolo di estinzione, dati UE, googlalo se non mi credi); il mare è rosso perché la caccia avviene in una baia strettissima, è una tradizione vecchia di secoli e la sua funzione era di procacciare il cibo per l’inverno, non è più necessaria ma lo fanno ancora.

Non che non mi faccia inorridire, ma mi fa inorridire di più, e pure incazzare stavolta, la strumentalizzazione, l’ipocrisia, la volontà aggiungersi al coro e di usare un evento per autopromuoversi.

Prova a cercare “Faroe Island Massacre” su google. Appaiono centinaia e centinaia di pagine, bovinamente riecheggianti lo sgomento del primo che ha scoperto e pubblicizzato l’evento, “originale” al quale non è più possibile risalire visto il tremendo bailamme mediatico.

Controlla le date.
2008.
Tut-ti.

Cos’è, quest’anno alle Faroe non l’hanno fatto? Viste le feroci invettive dell’anno scorso hanno rinunciato alla loro tradizione secolare? Cos’hanno detto, “ma sì, dai, avevano ragione, non facciamolo più”?
Magari.
E invece mi risulta che, come tutti gli anni, lustri, decadi e secoli passati, quest’anno sia stato come gli altri.

E dove sono quelli che l’anno scorso gridavano allo scandalo?
Dov’è quella fermezza nel classificare l’evento come un disastro dell’ecosistema?
Dove sono questi paladini del cetaceo, quest’anno, mentre decine di balene delfino venivano sgozzate come sempre nell’indifferenza (eccetto nel 2008)?

Ah già, forse la bella stagione, l’estate ottobrina. O magari è perché è iniziata la nuova serie di Friends, fanculo le balene, si guarda la TV.

E poi dicono che i Paladini non sono ipocriti.
Ho dovuto far passare un anno, ma li aspettavo al varco.
E ci sono cascati come polli.
Polli Paladini, però.

AAAAAAARGH!

Lo so che lo sai cos’è un coccodrillo. E’ quell’articolo che ogni buon giornalista tiene nel cassetto, bello compilato e pronto per commemorare la memoria di persone conosciute quando schiantano. Basta riempire lo spazietto della data.

Va bè, primo io non sono un giornalista e non ho nessun coccodrillo nel cassetto, secondo ho dovuto digerirla un pochino la cosa, per cui ci ho messo qualche giorno.

Quando ero in Italia ho fatto volontariato in Croce Rossa per quindici anni. Ero autista di ambulanza. I miei servizi in Croce Rossa erano principalmente per il 118, ma ho fatto anche altre cose tipo protezione civile, cose così.

Alfredo era uno di noi volontari. Un volontario anziano, uno di quelli che dici sono sempre stati lì, e ti vien da dire che erano a Solferino, di fianco a Henry Dunant quando l’ha fondata.

Alfredo di cognome faceva Held, e rivelava a tutti con malcelata soddisfazione che in tedesco vuol dire “Eroe”. È la forte presenza austriaca nella zona di Mantova nel diciannovesimo secolo che ci ha regalato tanti cognomi in lingua teutonica. VAriano va bene, ma la femmena italiana ha il suo fascino, evidentemente.

Alfredo era un uomo dall’umore alterno, un cocciuto, un bastian contrario, talvolta anche un rompipalle, ma lo faceva un po’ per la sua attitudine, e molto per la sua esperienza. A mio parere era uno che guardava lontano. E negli altri vedeva i potenziali difetti, e i potenziali errori, che quando sei in soccorso di emergenza e il tempo corre troppo veloce possono rivelarsi catastrofici. Alla faccia di tutti i giovincelli che dopo un corso pensano di saper fare la respirazione bocca a bocca al mondo, e di salvarlo.

Alfredo c’era sempre e conosceva tutti, e anche quando non era in turno lo trovavi in Sede ugualmente.
Se avevi bisogno per completare un equipaggio, lo chiamavi e lui correva. Non senza mugugnare, ovviamente, ma in realtà era felice di farlo.
Era un uomo solo, e la Croce Rossa era la sua vita. E, benché col suo personalissimo modo, lo dimostrava. In fondo era un uomo buono, e non potevi non volergli bene.

Era malato da tempo, Alfredo, ma non si è mai curato propriamente.
E così quando il Bringo, un ex collega volontario, ha avuto il buon cuore di avvertirmi che Alfredo se n’è andato, non avevo parole. Sai quelle persone che ci sono sempre state e ci saranno sempre, il concetto è quello. E quando ti rendi conto che la seconda parte dell’asserzione è falsa ti crollano almeno un paio di cose.

Ammesso e non concesso che esista un aldilà, sono certo che si sta lamentando di qualcosa. Che è troppo caldo o troppo freddo. Che si annoia. Che non c’è il caffè. Che c’è ma che non è come quello che fa lui. Che gli mancano i tortelli di zucca. Che si stava meglio quando si stava peggio. Che non gli piace questo coccodrillo.

Ma no, probabilmente si starà lamentando che non ci sono ambulanze da guidare. Anche se, diciamocelo: a chi servirebbero?

..che facevano l’amore con la figlia del dottore.
Ma non c’è niente di porno, non è come la filastrocca. C’entra solo il dottore in questa storia.

Già di per sè la gestione del medico non è male.
Hai bisogno, chiami (o mandi una email) e prendi appuntamento dalla efficientissima signorina vichinga. Ti presenti, aspetti dai 5 ai 15 minuti, e il medico ti riceve, fine. Niente code nè salotto obbligato coi forzati che vanno a mettersi in coda con la speranza che oggi almeno il medico non debba uscire per una urgenza. O coi vecchietti da assecondare perché essendo in pensione non hanno niente da fare e vanno a mettersi in sala d’aspetto con la speranza di trovare acciacchi in comune con gli altri astanti ultra-ultra-N-enni e avere finalmente l’alibi per poter inveire in coro contro “il mianto” (amianto), o il catrame “dello sfalto” (asfalto), o le mezze stagioni, o i “conchiuter”, che indubbiamente rovinano tutti.

Dicevo. Mi mancano delle medicine che sono solito prendere.
La procedura normalmente è questa: io telefono o mando una mail, loro inseriscono la ricetta nel sistema (elettronico) che viene recapitata ad una farmacia di mia scelta (potrebbe anche non essere la solita), dove dopo 15-20 minuti posso passare a ritirare i farmaci.

Mi piace questa cosa, se non altro per il meccanismo in sè, per cui all’ambulatorio non vado mai.

Stavolta invece passavo lì davanti, e allora butto dentro la testa.
La vichinga si lamenta che è un po’ che non mi vede (solo da un punto di vista professionale, eh; bbona com’è, magari lo dicesse in un altro senso..) e sostiene che, visto che non c’è tanta gente, il medico vorrebbe vedermi. OK, le sparo un sorriso come se l’avesse detto nell’altro senso e dico: aspetto.
In 15 minuti sono dentro. Mi chiede come va la vita, mi scruta la faccia, mi guarda le orecchie, mi prova la pressione, mi osserva la lingua, mi mira all’occhio con uno strumento luminoso, procede con l’altro, fortunatamente si ferma prima di fare altre ispezioni più invasive, OK, tutto a posto.

Poi mi guarda con aria grave e fa: eh mi sa proprio che dobbiamo fare le analisi del sangue.

Prima che io possa dire OK non le ho mai fatte prima, dimmi in che centro analisi devo andare, in che giorno, a che ora, eccetera, mi ha già laccioemostatizzato, trafitto il braccio ed estratto due campioni.
Protesto, moderatamente, dicendo che ho già fatto colazione; risposta: il sistema si auto-tara sull’orario ed assume le alterazioni dovute a colazione, pranzo o cena. Non posso che tacere, e vedere il terzo campione che si riempie.
Mi tura la falla con un batuffolo di ovatta rigorosamente senza alcool (qui i batteri fetenti muoiono durante l’inverno, pare, e d’estate sono troppo occupati a fare picnic) e mi spedisce fuori senza cerimonie.

Due giorni dopo ricevo una email che dice clicca qui per vedere i risultati (*).
Clicco, i valori sono a posto, noto che i miei leucociti sono vicini al limite superiore ma niente di preoccupante visto che li ho sempre avuti alti, fatto. Stampo, giusto per essere sicuro di averli, visto che il link si autodistruggerà in 5.. 4.. 3.. 2..

Ah, dimenticavo. Il medico, che ovviamente riceve copia dei risultati, mi aveva detto che se per caso c’era qualcosa che voleva approfondire mi avrebbe scritto un’altra email con data e ora in cui andare in ambulatorio.

(*) Nota che comunque il sistema è sicuro e garantisce la tua privacy: nella mail che ricevi sul tuo indirizzo personale c’è un link da visitare che appunto scade dopo pochi giorni e dove per accedere devi immettere un dato che conosci solo tu. Semplice, razionale, efficace.

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OK io vivo qui e a me sembra normale ormai, ma voglio analizzare la cosa facendo una piccola comparazione a livello di burocrazia e di code.

Italia.

Vai dal medico (coda numero 1) per ottenere la ricetta per gli esami.

Levataccia per andare al centro prelievi, (coda numero 2), e di cattivo umore perché non hai neanche avuto la possibilità di bere un doveroso caffè. E sei circondato da gente nella stessa condizione, il che non rende l’esperienza positiva da un punto di vista sociologico. Sorrisi (?) nervosi, dietro ai quali c’è un malcelato sentimento di ostilità tutti-contro-tutti del tipo “ma sti coglioni stanno tutti male? perché cazzo sono venuti proprio stamattina” e cose così. Senza pensare che domani è uguale o forse è peggio.

E’ il tuo turno. La possibilità di trovare un macellaio che ti ravana nella vena durante il prelievo non è trascurabile, in più sono incazzati per la stessa levataccia, che loro poveretti fanno tutti i giorni. “Torni tra una settimana per ritirare i risultati”. Però almeno hai il batuffolo con l’alcool.

Dopo una settimana: coda numero 3, senza contare “dove” devi andare. Specifico meglio: devi andare tu, a prenderteli, e perdere tempo per questo.

Torna dal medico, dovrai pure farteli leggere, i risultati: coda numero 4.

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Ora, è così difficile?

La coda numero 1 non si può eliminare; non è che possono prendere il sangue dal cane del medico.

Ma le altre? Tre code spazzate via. E personale che può essere utilizzato per fare qualcosa di più produttivo, edificante, e meno noioso per loro, che distribuire risultati di esami.

Ah già, il vecchietto che non ha la posta elettronica. E’ il classico granello che inceppa il meccanismo. Che si fa? Ho un’idea! Glielo mandiamo a casa per posta!

Proprio perché è un vecchietto, non vorrai mica metterlo su un treno o un autobus, poi in coda, poi su un treno di nuovo verso casa, per prendere un banale pezzo di carta che un giovane e baldo postino può consegnarti comodamente nella cassetta postale. O no? Costerà di più qualche francobollo o un impiegato a tempo indeterminato allo sportello? (sì lo so che possono essere *migliaia* di francobolli; su questo aspetto commenti, e sono pronto a rispondere :))

E per le comunicazioni del medico nel caso in cui lui ti voglia vedere c’è sempre la vichinga, e il suo telefono.

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Medaglie e Rovesci.

Uno dice beh è il paradiso. Eh no.
La razionalità e la funzionalità stanno alla base di tutto. Questo comporta un costo non trascurabile.
Facciamo finta che stai male, ma non sei in pericolo di vita o non hai i sintomi di chi lo è. Magari ti succede di notte. Un mal di denti da urlo alla “fantozzi al campeggio”, un mal di testa deciso, un mal di pancia da “notte sul vaso”, un’unghia incarnita, un dolore mestruale, mal di quà mal di là, ma niente da far pensare neanche lontanamente che stai morendo. Oppure, peggio.. un certo dolore che ricordi un cugino di un fratello di un amico che lo aveva ed è morto (il giorno dopo, arrotato da una macchina).

Beh? Te-lo-tie-ni.
Puoi rovistare nell’armadietto alla ricerca di qualche residuo non scaduto di pain-killer, di palliativo, leggasi “aspirina”, ma medici di guardia e ambulanze te li scordi. Non provarci neanche ad andare al pronto soccorso: se non rantoli ti spediscono a casa senza neanche guardarti.

Facciamo invece l’esempio che sei in pericolo di vita, o che lo sei potenzialmente, ovvero hai tutti i presupposti per. O semplicemente che in qualche modo è grave e va preso in tempo.
Ambulanza, ospedale, medici a tua disposizione.
Come funziona? Facile. Perché non devono prendersi cura di tutti quelli che hanno l’unghia incarnita o un certo dolore che un cugino di un fratello bla bla.

Il rapporto che gli utenti hanno con il medico, in questi paesi, è quanto di più distante dal rapporto mamma (medico)/figlio piccolo (paziente): in questo modo si fa alla svelta a limitare l’ipocondria. Esempio:
Paziente: AIUTO!
Medico: Stai male?
P: Sì.
M: Sei in pericolo di vita?
P: Sono convinto di sì.
M: Vediamo. cosa senti?
P: Questo e questo e persino questo! Oddio dottore mi aiuti, sto morendo!
M: Capisco. Tuttavia da quel che vedo io no, non stai morendo. Anzi! Arrivederci.
P: …

E’ educativo. Alla fine ti stufi anche tu dei tuoi propri millantati acciacchi e pensi a goderti la vita, altroché :)

Di certo c’è una cosa. Non è un sistema per noi italiani, abituati ad avere il dottore-chioccia che ci prende sotto l’ala e che ci dà l’impressione che qualcuno si prenda cura di noi, scaricandoci dalla responsabilità dei nostri propri malanni; quello stesso qualcuno da incolpare ferocemente poi dopo, quando qualcosa va storto perché tanto avevamo la coscienza a posto ed abbiamo continuato a fare il porco comodo che ci pareva.
Molto spesso è questa la cura stessa: potrebbero darti amorevolmente gocce d’acqua fresca invece della Novalgina, il cosiddetto placebo, e tu italiano già ti senti meglio.

Nessuna meraviglia che il nostro popolo non sia, in genere, soddisfatto del servizio sanitario danese.

Questo è un articolo apparso sul sito di Serate Italiane, che è una comunità interculturale italo-danese.

Si tratta della trascrizione (solo dei punti chiave) di una intervista ad un ministro che ha chiesto dei rimborsi per alcune spese -apparentemente non giustificate- effettuate in missione e che in ogni caso non portavano giovamento alla nazione ed alla popolazione. Stiamo parlando in totale di qualcosa come 652 euro, una bazzecola rispetto alle unità di misura italiane. Bastano tuttavia per mettere in piedi una intervista alla TV nella quale il ministro viene incalzato e, gentilmente ma con fermezza, lo si invita a giustificare il suo operato. E non si tratta di una eccezione: è un normalissimo giornalista televisivo come ce ne sono tanti, animato dal fatto che la cosa che interessa di più ai contribuenti è sapere che il denaro pubblico è ben utilizzato.

Leggilo QUI. Poi prova a pensare in Italia se uno (un giornalista, intendo) osasse fare una cosa del genere. Ipotesi qualunquistiche: Primo non gliela lasciano fare, alla facciazza zozza della libertà di stampa. Poi lo fermano o arrestano, perché non si sa mai. Poi ne distruggono l’immagine classificandolo come un freak, ed infine solo se è estremamente fortunato non mandano i picciotti a trovarlo, come invece è tristemente successo altre volte. Oppure mandano i picciotti prima e poi lo propongono al vaticano per la beatificazione, ma la sostanza non cambia molto.

In ogni caso, come dice l’autore: “e poi mi chiedete ancora perché vivo in Danimarca?”

Penso a Mastella e al suo (NOSTRO! va bè, VOSTRO!) aereo, usato privatamente per andare a vedere il gran premio.. vado a memoria: Schifani che scroccava l’ingresso al cinema con la famigghia era un dilettante, al confronto, ma fa comunque un po’ schifo (nomen omen?) se pensi che c’è qualcuno che -non solo- al cinema non ci può proprio andare, ma per far 60 deve anche andare a scroccare la cena.
Forse c’è una possibilità di cambiare le cose: fare in modo che quante più persone possibili capiscano che quello che in Italia vogliono farvi vedere, così circoscritto dai limiti dei patrii confini, non è l’unico mondo possibile.

Lo Scarrafone :)

Siccome non ho avuto la possibilità di visitare parenti e amici per Natale, ci siamo presi qualche giorno a cavallo tra gennaio e febbraio, col duplice intento di trascorrere tempo con le persone care e farci una sciatina.

E devo dire che l’impatto, non con l’Italia ma con l’italiano medio, mi ha sconcertato ancora una volta.

Non voglio parlare di quando ero venuto a settembre, che mi hanno fregato sotto gli occhi il marsupio con la carta di credito. Acqua passata, anche grazie al fatto che dopo 4 giorni mi è arrivata a casa la carta nuova senza che neanche dovessi alzare il telefono. Gli è bastata la telefonata al numero verde danese per bloccare la carta effettuata 5 minuti dopo il fatto: lo hanno comunicato all’istituto, il quale ha erogato un’altra carta (gratis), e voilà. Anche questo è un modo per diminuire le code agli sportelli.

Si comincia in autostrada.

Dove devono correre quelli che ti sfanalano mentre a 130 kmh stai sorpassando una lunga fila di autocarri? Ragionando da danese, da tali segnalazioni io arguisco che c’è una situazione di pericolo che non avevo notato: sto perdendo i bagagli dal portellone; mi si sta staccando una ruota; ad ogni buon conto tolgo il piede dall’acceleratore, giusto per essere sicuri. Ragionando da italiani, ragazzi, volete che mi getti nel fosso per farvi passare? MA NON SE NE PARLA NEANCHE, STRONZI! Sto andando a 130 ed è mio diritto sorpassare. Non lo faccio per farti un dispetto, caro automobilista che segue, e se non ho bisogno della corsia di sorpasso ti lascio passare senza nessuna invidia per il tuo poderoso eccesso di Cavalli Vapore e performanza tachimetrica, generalmente sostitutiva di uccello piccolo. Anch’io non sono Rocco Siffredi, però non per questo mi devo lanciare a 170 anche se potrei.

E già ti girano un pochino, comunque.

Poi arrivi sui monti. Finalmente si scia, una sola stagione di astinenza mi ha fatto l’effetto di togliermi l’eroina, il metadone e le Big Babol, tutto insieme.

Naturalmente ti fermi al rifugio per una pausa meditativo-zuccherina. La coda è corta ma l’impedimento della commessa alla cassa la mantiene lenta e meditabonda.

Signora (signora?) che si intrufola e con indifferenza mi passa davanti. Matematico. Voglio divertirmi e vedere se la reazione è sempre la stessa che ricordavo.

Le faccio gentilmente notare che è passata davanti. E naturalmente: lei s’incazza. Matematico. La risposta si confonde scomposta tra i “c’ero prima io” i “non l’ho vista” e i “stia calmo che siamo in vacanza”. Sono io dalla parte del torto, perché invece di prenderlo in chiappa e stare zitto come dovrei, gliel’ho fatto notare. Patetico. Mi concede, per grazia ricevuta, di fruire del MIO posto. Senza speranza.

Se uno salta una coda in Danimarca, 99% delle volte è perché per davvero non l’ha vista; glielo fai notare, e puoi star sicuro che c’è più d’uno disposto a farlo perché è la cosa più naturale del mondo; il poveretto si profonde in scuse, si mette dietro, e siamo tutti amici.

Il giorno dopo, al rifugio dove pranziamo. Chiedo all’esercente se c’è un tavolo. Una signorina parte efficientissima e scova un tavolo in fondo a una sala; ci chiama, ci sediamo. Dopo 10 minuti arriva un tizio incazzato come una pantera completo di compagna incazzata come un coguaro che senza neanche spiegare si siede e dice vada via che questo era nostro, “ci avevamo messo i guanti”. Non riesco fisicamente a spiegare che il tavolo ci è stato assegnato dalla proprietà del ristorante: continuamente interrotto nel mio tentativo di spiegazione vengo accusato di aver spostato i guanti e di essermi impossessato del tavolo, senza possibilità di replica. Impossessarmi di un tavolo! Spostare dei guanti, novelli sostituti della pisciata del cane che marca il territorio! Una cosa che non farei mai, neanche sotto tortura. Io sono una persona rispettosissima del prossimo e dei suoi diritti, figurati se farei una cosa del genere. Niente da fare, ero io l’orco, ladro di tavoli, feccia della società. Perché è così che questi stronzi vogliono farti sentire.

Quello che non capisco degli italiani è questa presunzione di colpevolezza. Non prendono neanche in esame la possibilità di essersi sbagliati, che le cose siano andate diversamente da come si immaginano: la cosa più giusta da pensare è sempre il peggiore degli scenari possibili, quello con il maggiordomo assassino, finalmente assicurato alla giustizia.

Sono estremamente convinto e non smetto di pensare che chi sospetta “il male” è perché “il male” lo farebbe.

Una mente pulita, che non farebbe “il male”, analizza tutte le altre ipotesi prima. Forse è per questo che in Danimarca nessuno pensa male, almeno finché non è costretto a farlo.

Ed ho elencato solo alcune delle cose che sono successe; non sono casi isolati, non sono io che vado a cercare i pochi stronzi in un mondo di brava gente. Purtroppo, e lo dico con amarezza, è la brava gente che soccombe agli stronzi, sempre più copiosi.

Maleducazione, Prepotenza, Supponenza, Disonestà.

Mi dispiacerà, domani, lasciare la mia famiglia e i miei amici; ma non posso descrivere quanto sono felice di tornare a casa..

Partiti speranzosi sulle previsioni e tempistiche del viaggio, esattamente un anno e un giorno fa, tali previsioni si sono rivelate completamente sballate; il viaggio anziché durare 15-16 ore ne è durate circa 22, anche a tappe forzate.

La mattina del 3 gennaio, verso le 5, siamo arrivati finalmente a destinazione in quel di Copenhagen.

Oggi pertanto compio il mio primo anno in Danimarca.

Auguri, bebè Scarrafone!

Avevo una Nonna fino a due giorni fa. L’ultima rimasta.Suo marito è morto che mia madre era adolescente, quindi non l’ho mai visto.

Il babbo di mio padre è morto che ero piccolo; ho un vago ricordo di lui su una poltrona che si accendeva una sigaretta col moccino di quella appena finita, che è poi la cosa che lo ha ucciso.

Sua moglie era “-=La Nonna=-”, quella con cui andavo più d’accordo. Mi ha fatto il brutto scherzo di morire nel 1980, proprio quando stavo iniziando a godermela come Nonna. Nonna, non te lo perdonerò mai!

Questa è l’ultima Nonna che mi era rimasta, e se n’è andata anche lei.

E tutt’a un tratto la tua seconda generazione scompare, così, improvvisamente e sottovoce.

Questa Nonna strana che veniva dalla grande città, da Milano, per vivere in un paesino della bassa reggiana in seno al fiume Po, a Luzzara, il paese che ha dato i natali a Cesare Zavattini, che lei e mio nonno conoscevano. Questa Signora che veniva da lontano e che i paesani hanno sempre conosciuto, rispettato ed apprezzato. Che è venuta a Luzzara per rimanere vedova giovanissima, e che non è tornata a Milano dopo ciò che è successo, altrimenti probabilmente non potresti leggere queste righe.

Questa Nonna acculturata e poetessa, che con quella grafia antica ha scritto poesie brevi e leggiadre, così evocative e universali che è difficile leggerle senza trasporto.

Questa Nonna. Per i miei sofisticati standard, basati sul rapporto che avevo con l’altra -=Nonna=-, non aveva il “physique du rôle” per essere nonna abbastanza; ma è una Nonna, e non ci sono storie: ti manca.

E allora vai a ripercorrere tutta la tua vita all’indietro per scovare il primo ricordo che hai di lei, e i momenti felici in cui lei c’era, e ti rendi conto che se ci pensi bene te ne ricordi ben di più rispetto a due giorni prima.

La ricordi con tenerezza, la “povera vecchina”, che appariva come tale ma in realtà aveva la fibra di un coguaro. Come quando, anni fa, sembrava scavezzata ma percorreva chilometri a piedi mentre i giovani e forti dopo trecento metri erano morti (*). Ricordi la povera nonnina che nei pranzi di Natale o di Pasqua, mentre vestiva quell’aspetto innocuo, divorava porzioni che avrebbero accoppato di indigestione un velociraptor. Ricordi con tenerezza questa contrapposizione tra l’aspetto e l’azione.

Ricordi cose, cose che sono anche parte della tua vita; sono cose che non tornano, ma le persone che se ne sono andate rimangono, e continuano a vivere, nel ricordo che altre persone hanno di loro. E scusa la retorica ma concedimelo, in un momento così: purtroppo non posso neanche andare al funerale e vedere le altre persone che le erano care, e mi pesa.

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Questo meccanismo del menga che ci fa pensare di essere eterni, poi, mi fa incazzare. Perché alla fine alle persone che vogliamo bene dedichiamo poco tempo, ingoiati dalla fretta e dagli impegni. Tanto sono sempre lì. Tanto ci puoi andare quando vuoi, a trovarle. Non è vero, dannazione!

Le persone anziane, poi, fanno tenerezza. Quelle che per vari motivi non si possono muovere, magari. Vai a trovarle una volta e a loro basta per tanto tempo, vivranno felici di quel ricordo per settimane. Porti loro un oggetto, una stupidata, e loro lo mostreranno, sinceramente felici, a tutte le persone che vedono. Visitarli è una cosa preziosa per loro; e a te, diciamocelo, cosa è costato?

A settembre sono stato in Italia e avevo così tante cose da fare in quella settimana che, anche se a malincuore, ho pensato di spostare la visita a Natale, quando tornando di nuovo le avrei portato gli auguri e magari qualche dolcetto danese. Bravo coglione. Adesso l’unica cosa che le posso portare sono dei fiori.

Ma non è giusto.

Rimandare, dire “..uno di questi giorni”, non trovare uno spazio da dedicare alle persone più care, sacrificando momenti preziosi sia per gli altri che per noi sull’altare della Nostra Santa Fretta o dei Nostri Beati Porci Comodi. Non è giusto. Non solo “uno di questi giorni”, ma già domani potrebbe essere tardi per farlo.

Ed invece domani ci saremo dimenticati della lezione, e trascureremo il prossimo Nonno.

Ammesso di averlo.

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(*) se ti ricorda qualcosa, non sbagli: ma giuro che non l’ho fatto apposta, mi è uscita senza pensarci.

Nota: lo pubblico solo oggi 7 dicembre, ma l’avevo scritto il giorno  12 novembre ed ho lasciato quella data, anche come data di pubblicazione.

 

Polemic Warning: questo è un messaggio ad alto contenuto di polemica :)

Ieri ho assistito alla seguente triste scena.

Albergo in una piazzetta con unico accesso.

Accesso all’albergo tramite una strada, normalmente larga, ma ristretta per lavori.

Un torpedone (una corriera) deve passare per andare a prendere persone all’albergo.

Un mercedes con targa blu (che sta per corpo diplomatico e macchine importanti) parcheggiata alla cazzo di cane, ostruisce il passaggio. La guidatrice è fuori bordo vicino all’auto. L’autista del torpedone, vista la situazione, prima di avventurarsi fa manovra per provare ad entrare dall’altra direzione ma nonostante questo proprio non ce la fa.

Il torpedone entra nella strada. La guidatrice di mercedes osserva con malcelata insofferenza l’arrivo del grosso mezzo, il cui autista gentilmente fa capire che non riesce a passare. La guidatrice s’incazza come un’aquila ma seppur proferendo parole irripetibili in un inglese stentatissimo sposta la macchina.

Nota sulla guidatrice: non che l’abito debba per forza fare il monaco, ma una zoccola operativa sulle strade basse è vestita più elegante. Alta due cazzi e un barattolo, grassa come un maiale in piedi, veste con maglia attillatissima che evidenzia crudelmente ed impietosamente l’elevato numero di rotoli sull’ormai inesistente punto vita; fuseaux neri, con cuciture corazzate per evitare lo scoppio; stivale con zeppa, interamente leopardato, compresi tacco e zeppa, forse anche la suola.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene. Finora almeno. Il torpedone raggiunge l’albergo, gli ospiti felici sciamano e prendono posto, sorridono, scattano foto, tutto bene. Il torpedone riparte, e cosa ti trova nel mezzo della strada, in corrispondenza con la strettoia? Hmm vuoi il tempo per indovinare o te lo dico io che è un mercedes con targa blu?

L’autista si spazientisce un pochino ma controllando la gestualità per non essere troppo offensivo fa capire che la situazione è la stessa di prima. Visto che qualcuno, invece, sembra non aver capito.

La Zoccola (è una del corpo diplomatico, quindi serve la Maiuscola) dice cose che in confronto quelle dette prima potrebbero essere usate in un sussidiario per le elementari, però porta le grasse chiappe in macchina e la sposta. La sposta sull’incrocio, parcheggiandola metà sul marciapiede e metà sulla ciclabile, a raso dei lavori, rendendo l’uscita per il torpedone, se possibile, ancor più impossibile.

Nota sul parcheggio della Zoccola: in danimarca c’è un incoraggiamento sconfinato nell’uso dei mezzi ecologici: treni, corriere; ed un rispetto assoluto di pedoni e ciclisti. Se parcheggi la macchina su una ciclabile o su un marciapiede, e ti beccano, la macchina la requisiscono e la mandano istantaneamente via per cubarla; poi prendono la tua patente, la scarabocchiano, ci sputano sopra, la spezzettano, incendiano i pezzi e ne profanano le ceneri calpestandole; infine iniziano ad occuparsi di te, e questa è la parte ancor meno piacevole.

L’autista a quel punto decide che la pazienza è finita. Esce dalla corriera con le vene nel collo che sembrano due tubi del 27, diretto alla macchina.
Comunica alla Zoccola alcuni concetti riguardanti logistica e trasporti, e la Zoccola si trasforma istantaneamente in Troia dicendo all’autista cose che nessuno sopporterebbe, ed impedendo a lui nel frattempo di dire quello che pensava di lei, perché lei è del corpo diplomatico e “lei non sa chi sono io” e perché la polizia lo avrebbe arrestato se avesse anche solo tentato di dirle TR, cioè appena due quinti di quello che è: una Troia.

Giusto per la cronaca: dopo diversi tentativi di convincimento della Troia da parte di numerose persone accorse a vedere questo trambusto, nel mezzo del quale qualche danese in età ha anche ipotizzato che un episodio simile non si verifica dal 1978, la Troia decide di spostare il mercedes con targa blu 5 metri più avanti, sbloccando la situazione. Ritardo complessivo del bus: circa 15 minuti.

Premesse alla conclusione: la Troia

La Troia è chiaramente una persona di qualche peso in qualche ambasciata, ma sicuramente NON è danese.
La Troia proviene dal sud europa, quasi certamente, e non solo per l’aspetto: ho riconosciuto una certa gestualità, e l’inglese inquinato che parlava era sporco di mediterraneità. E la targa blu non poteva che confermare quanto sopra.
La Troia ha detto cose autorevoli, tra cui “lei non sa chi sono io”.
La Troia infine ha sentenziato che lei era del corpo diplomatico e che poteva fare quello che voleva, e che la macchina la metteva dove le pareva e che se ne strabatteva le palle di uno stronzo torpedone e dei suoi stronzi ospiti e del suo stronzo autista che nel fine linguaggio che la contraddistingueva era classificato come “un animale” (testuale).

Premesse alla conclusione: i danesi

I danesi in generale sono persone tutto sommato miti.
I danesi in generale sono persone estremamente libere e libertarie, ma che limitano la propria libertà quando questa lede il diritto degli altri di avere la propria. Infatti i danesi sono estremamente rispettosi della libertà degli altri, in cambio chiedono solo che venga rispettata la propria.
In poche parole, i danesi sono il contrario, diametralmente opposto, della Troia.

Conclusione

Ma le ambasciate non fanno una selezione del proprio personale, quello che devono mandare all’estero a rappresentare la propria nazione?
Io sono italiano, e devo dire che mi farebbe piuttosto schifo se la Troia fosse italiana, e se quindi l’immagine già piuttosto deteriorata che abbiamo all’estero fosse ulteriormente confermata da episodi come questo.
E se non è italiana, purtroppo non mi fa tirare un sospiro di sollievo. Se è greca, o spagnola, o albanese, non importa. E’ la quintessenza della prepotenza, della prevaricazione, della stupidità, dell’ignoranza, del “che peccato, mi dispiace ma non siamo tutti uguali”.

Non importa da dove viene; importa solo che finché viene dato potere a gente di questo calibro, siamo tutti più poveri.

Messaggio a qualunque nazione sia quella che ha autorizzato la Troia ad esercitare: se volete fare le vostre porcate fatevele in casa, ma non mandate Troie a farla da padrone in un paese libero.

Grazie.

Sì sì il 2 gennaio di quest’anno sono partito. Niente fagottino in spalla o valigia con lo spago però. Direi automobile station wagon così piena che per tenere chiuse le porte un paio di giri di spago del 12 sarebbero serviti. Ho solo pregato che non si bucasse una gomma perché per tirare fuori la ruota di scorta avrei dovuto tirare fuori tutto e credo che ai passanti sarebbe sembrato più un mercatino dell’usato che una macchina in panne.

La macchina qui non serve, hanno un’organizzazione dei mezzi pubblici che fa paura, ma l’ho portata lo stesso; non ho neanche preso in considerazione l’ipotesi di andare in aereo, secondo me per il peso dei nostri materiali non decollava.

Non è stata una decisione facile venire ad abitare qui, a dire il vero. Lasciare la famiglia, gli amici.

Sono andato senza voltarmi indietro. Avevo paura che non ce l’avrei fatta altrimenti. E a Puttgarden, l’estrema punta della Germania dove prendi il traghetto, quando sei a bordo provi qualcosa di definitivo.

Vedremo come butta. C’è internet, gli SMS, ci sono tanti modi per sentirsi vicini lo stesso. Un surrogato di vicinanza, ma sempre meglio che un filo di ferro in un occhio.

Ho una nuova vita davanti, è una grande avventura, sono vicino alla persona che amo, credo che sarò felice.

ANT

Nota: la mia fidanzata è danese, si chiama Tabitha, io la chiamo Tabby e quindi se vedi un “Tabby” in giro sto parlando di lei :)